La delicatezza di Mariangela Vacatello per festeggiare Beethoven

Il terzo concerto della stagione sinfonica del teatro Giuseppe Verdi di Trieste è un omaggio al grande Ludwig Van Beethoven. A dirigere la compagine orchestrale il giovane maestro Jordi Bernacer che abbiamo già visto al concerto inaugurale della stagione.

©️Fabio Parenzan

L’evento vedeva come solista la pianista Mariangela Vacatello nell’interpretazione del quarto concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven. La serata si è aperta con il Capriccio Italiano di P.I. Tchaikovsky ben interpretato dal M.Bernacer, che ha saputo con decisione guidare l’orchestra in questa impegnativa pagina.Ottima sezione degli oboi, che ha garantito sonorità e leggerezza. Discreta la sezione dei corni, corposa di suono.

Dopo questo breve viaggio in Italia, è arrivata sul palcoscenico la bravissima Mariangela Vacatello: la sua interpretazione è decisa, il suono del pianoforte ha vita, la solista fa cantare il pianoforte come solo i grandi sanno fare. Il secondo movimento del concerto è stata una vera e propria “evocazione” dello spirito di Beethoven. Mariangela Vacatello ha dipinto ogni nota del secondo movimento con un maestria rara. Ogni suono era dolce, caldo, sentito profondamente. In quegli istanti lei non stava suonando un concerto per pianoforte ma stava metaforicamente dialogando con Beethoven. Mariangela Vacatello è un’artista da sentire dal vivo, la passione con cui suona è degna di nota. L’orchestra del Verdi ha ben saputo accompagnare la solista in questo lungo dialogo, restandole sempre a fianco e mai sovrastandola. Gustosi all’ascolto i due bis che Mariangela Vacatello ha regalato al pubblico in sala (3° tempo dalla sonata al chiaro di luna e Per Elisa). La maestosa terza sinfonia “Eroica” ha concluso la serata: Bernacer ha cercato di guidare l’orchestra in una lettura diversa dal solito, forse più prudente,non completamente convincente,tanto da sembrare quasi incompleta. Buona la celebre Marcia Funebre, ottimo il suono degli archi curato nei particolari. Globalmente soddisfacente la lettura del maestro Bernacer, gesto deciso e ottimo lirismo. Il pubblico presente in sala ha ben accolto questo programma.

Matte Firmi

Trieste, 7 ottobre 2020

Il trovatore post-covid alla Fenice

Se dovessimo descrivere Il Trovatore visto lo scorso fine settimana al Teatro La Fenice di Venezia (4 ottobre 2020), con poche parole, la definizione migliore potrebbe essere “Una bella fotografia Impressionista…. ma a tratti minimalista”. L’intero spettacolo con la regia di Lorenzo Mariani è un lungo e curato dialogo tra il nero e il bianco : pochissimi oggetti di scena ( alcuni tavoli e sgabelli e nulla più ) ma tutto perfettamente funzionante. Le luci di Fabio Barettin sono forti e coraggiose, riescono a caricare il pathos giusto di ogni scena . 

Il cast della recita vedeva Luca Micheletti nel ruolo del conte di Luna, presenza e ruoli attoriali imponenti, la sua voce è una continua sottolineatura dell’importanza di questo personaggio. Azucena, interpretata dalla bella Veronica Simenoni , è sembrata sin da subito nella sua parte, la voce calda e pastosa ha abbracciato gli  spettatori presenti.La sua interpretazione di “Stride la Vampa” è ottima, l’intonazione e il fraseggio sono molto chiari. Simon Lim si è ben disimpegnato nella parte, buona globalmente la sua interpretazione.

In una produzione completamente su tinte scure compare “il Trovatore”, Piero Pretti entra sulla scena in modo quasi nascosto, il suo personaggio completamente vestito di bianco entra nella parte lentamente dando  il meglio di sé  nell’ultimo atto. Interessante e piena di voce la sua lettura di “Di quella Pira”. La punta di diamante di questo cast è la giovane Roberta Mantegna, che  ha interpretato questo difficile ruolo di Leonora con eleganza e nobiltà . Emozionante la sua lettura dell’inizio dell’atto IV, coinvolgente l’ultimo duetto con Manrico. Mantegna utilizza il proprio strumento con arte e maestria, riuscendo ad utilizzare le sue doti musicali con magnetismo e l’ascoltatore presente in sala resta coinvolto in ogni sua azione.

L’orchestra della Fenice è in ottima forma, il colore orchestrale è denso in ogni arcata, profondo in ogni presenza dei fiati. Daniele Callegari ha ben saputo guidare questo allestimento con decisione e tecnica. Una messa in scena di raro gusto, una produzione che soddisfa in ogni dettaglio.

Matteo Firmi 

Venezia, 4 ottobre 2020

Il pianoforte di Mariangela Vacatello

Trieste si prepara al terzo concerto della stagione artistica. Venerdì 9 ritorna il grande virtuosismo del pianoforte con Mariangela Vacatello e Jordi Bernàcer sul podio. Il programma della serata vedrà l’apertura con Capriccio Italiano di Čajkovskij  e successivamente due pagine immortali di Ludwig Van Beethoven, il quarto concerto per pianoforte e orchestra e la terza sinfonia. Oggi con noi di Ieri,Oggi, Domani, Opera c’è Mariangela Vacatello, classe 1982, vincitrice di numerosi concorsi internazionali e solista di fama mondiale. 

Lei da giovanissima si è cimentata nel Concorso “Busoni” di Bolzano, cosa significa per una giovane studentessa confrontarsi in un concorso? 

Si, il Busoni è stato uno dei concorsi dove ho partecipato e dove sono stata più orgogliosa. La preparazione ad un concorso è totale e i mesi precedenti sono scanditi da una disciplina di studio forte – come per gli sportivi alle olimpiadi! –  che è determinante non solo per la competizione stessa (di cui non si può conoscere il risultato finale) ma serve a comprendere la propria motivazione nel percorso di una carriera e iniziare ad assaporare anche i sacrifici che ne fanno parte.

©Massimo Denari

Oltre ad essere una solista di fama è anche un’insegnante di conservatorio, cosa si aspetta dai suoi studenti?

Qual è l’insegnamento più grande che lei ha ricevuto nella sua carriera ?  Penso che il lavoro di un insegnante sia lungo proprio come una carriera concertistica! Tento di comunicare ai miei studenti non solo l’amore per ogni cosa che studiano, che affrontano e che li mette davanti a problematiche di diverso genere, ma anche di far capire che bisogna lavorare costantemente e con molta pazienza. La musica, come ogni altro mestiere che si desidera fare al meglio, richiede impegno, curiosità, lavoro su se stessi. La vita musicale è lunga ed ha bisogno di essere innaffiata tanto e con tanta passione e intelligenza. 

Venerdì sera si esibirà nel quarto concerto di Beethoven per pianoforte e orchestra, cosa significa preparare un concerto per pianoforte e orchestra? 

Questo è uno dei concerti che hanno accompagnato la mia carriera e sono estremamente fortunata ad avere la possibilità di poter conoscerne già diverse “chiavi di lettura”, così poter comprendere una parte (piccola forse) del pensiero del compositore e gioire di questo capolavoro. Un capolavoro che posso condividere con altri musicisti: è meraviglioso quando sul palco e durante le prove si instaura un filo invisibile di tensione e comprensione reciproca. 

©Davide Cerati

Nella sua carriera lei ha avuto numerosi concerti come solista e altri insieme con orchestre, secondo lei ci sono differenze nella preparazione sia a livello tecnico che interpretativo? 

Si, oltre settecento concerti e ognuno, se rileggo i vecchi programmi, ha una sua storia. 

 Lei preferisce esibirsi da sola o con l’orchestra? 

In certi momenti preferisco essere sola poiché nel poco tempo a disposizione di prove insieme non è sempre così semplice arrivare insieme a dei compromessi musicali. Il lavoro del solista e dell’orchestra ha dei tempi di studio (preparazione) molto diversi tra loro e, alcune volte, il linguaggio che si parla con coincide perfettamente. Però, d’altro canto, condividere la Musica sul palco insieme ad altri professionisti regala dei momenti di condivisione meravigliosi, talvolta inaspettati e quindi non saprei dirle cosa scelgo!

Quest’anno la cultura ha subito una brusca frenata, il lockdown ci ha obbligati a fermarci. Come ha trascorso quei mesi? 

Ho lavorato con i miei studenti online e ho tenuto conversazioni/interviste sui social e per i giornali. Ho studiato con un po più di calma e pensato moltissimo ai progetti che vorrei per il mio futuro musicale. La chiusura ha creato domande e dubbi ma allo stesso tempo mi ha fatto vedere con più chiarezza che non dobbiamo dimenticare le molte sfumature e gentilezze della vita che tendiamo a scansare e che sono però anche un nostro nutrimento.  Come persone e anche come artisti.

©Davide Cerati

Se avesse l’opportunità di incontrare uno dei grandi compositori del secolo scorso chi incontrerebbe? 

Debussy, anche se aveva un caratterino….

Ringraziamo la M°Vacatello e non resta altro che correre in biglietteria e prendere un biglietto per venerdì sera!

Matteo Firmi

Un secolo di Musical !

Trieste è una città piena di teatri. Non importa la grandezza, non importa il luogo fisico, non importano le difficoltà… la cosa che mi fa essere orgoglioso di questa città è che tutti i teatri sono vivi. Questa sera all’ultimo minuto ho avuto un biglietto assieme alla mia partner in crime per una produzione del Teatro Stabile Sloveno, “Un secolo di Musical” spettacolo/concerto a cura di Stanislav Moša. Ogni volta che metto piede al TSS la domanda che mi pongo all’inizio è sempre la stessa: “Ci capirò qualcosa?” e puntualmente dopo pochi momenti dello spettacolo i pensieri spariscono e si viene abbracciati dalla produzione che in quel momento è in scena.

Lo spettacolo di oggi è una boccata d’ossigeno per l’animo umano, due ore e 10 min di spettacolo dove ci si dimentica della mascherina e tutto scorre. Il cast formato da una decina di giovani era capitanato dalla splendida cantautrice slovena Tinkara Kovac, che ha regalato momenti veramente emozionanti. Interessanti le voci di Lara Komar e Patrizia Jurinčič Finžgar (che ha già calcato due stagioni fa il palcoscenico del TSS con “The last five years”). Durante tutto lo spettacolo il cast si è alternato nei vari numeri musicali con una naturalezza e freschezza di rara qualità.

L’aspetto musicale ha visto la presenza sul palcoscenico di una “micro orchestra” formata da due tastiere e fiati guidati divinamente da Patrick Greblo, ogni numero musicale é stato accompagnato con gusto e musicalità. Uno spettacolo che abbraccia tutti i presenti in sala, li coccola, regala quel tepore caldo che nell’ ambiente familiare fa stare bene. Il Teatro Stabile Sloveno è una delle eccellenze di questa città multiculturale. Si replica fino all’ 11 ottobre.

Sergey Krylov al Teatro Verdi

Per la seconda settimana consecutiva, il teatro Verdi ottimo un sold-Out, il secondo concerto della attività sinfonica 2020-2021 vede l’orchestra della fondazione accompagnare il celebre violinista Sergey Krylov in un percorso molto impegnativo nella doppia veste di direttore e solista. Il concerto è iniziato con la celebre ouverture Romeo e Giuliettadel compositore Pëtr Il’ič Čajkovskij: la lettura di questo capolavoro ha subito svelato le carte di una serata musicalmente molto interessante e allo stesso tempo piena di domande tecniche per chi ha un orecchio sopraffino. La grande pagina russa ha visto sfoggiare una tavolozza di tinte estreme sempre ben eseguite ma mai unite in quadro unitario. L’orchestra si presenta pronta in ogni sezione: la pastosità del suono dei archi, la brillantezza dei fiati, la sezione delle trombe squillante e quasi militare, ma per chi scrive mancava un “collante” che redesse queste sezioni un unico grande dipinto.

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©Fabio Parenzan/Teatro Verdi di Trieste

Sergey Krylov ha successivamente preso in mano il suo violino per l’esecuzione del concerto in Mi minore per violino e orchestra di F.Mendelssohn. La tecnica e il suono del suo violino hanno letteralmente ammaliato tutto il pubblico: Krylov è un violinista eccezionale, riesce a incantare tutti. Nel complesso l’esecuzione del concerto di Mendelssohn è stata veramente ottimale. Il programma proseguiva con l’ouverture dall’opera La Gazza ladra di Gioacchino Rossini, una lettura “veloce” ma nel complesso ben sentita dal direttore. A chiudere il programma “ufficiale” il terzo tempo del Concerto n° 2 di Niccolò Paganini. La campanella ha ben risuonato all’interno del Teatro Verdi, il solista e direttore Krylov ha ben saputo portare a termine un colosso atteso da tutto il pubblico presente. La serata si è conclusa con due importanti bis: il primo l’ouverture da Le nozze di Figaro di Mozart e il secondo lo scherzo dal Sogno di una notte di mezza estate sempre di Mendelssohn.

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©Fabio Parenzan/Teatro Verdi di Trieste

Il pubblico triestino manda un bellissimo segnale al teatro dimostrando un legame che fa ben sperare. Trieste, come già accennato alla scorsa recensione, ha “fame” di cultura e questi concerti ne son la dimostrazione. Concludendo, una bella serata di musica e passione che fanno bene all’animo.

Matteo Firmi

Trieste, 27 settembre 2020

Il violino …. la mia vita ! …. intervista con Sergey Krylov

Domenica 27 settembre sul palcoscenico del Teatro “Giuseppe Verdi” di Trieste si esibirà Sergej Krylov, violinista, direttore d’orchestra, musicista di fama internazionale e noto per il suo carisma coinvolgente. Il programma triestino vedrà sfilare pagine di Rossini, Čajkovskij, Mendelssohn e Paganini.  In un piovoso pomeriggio autunnale, il Maestro ci accoglie nel suo camerino per una piccola e veloce chiacchierata.

Maestro, come si è avvicinato allo studio del violino?

Sono nato a Mosca, centro della cultura artistica e musicale dell’ex Unione Sovietica. Provengo da una famiglia di musicisti: all’età di quattro anni mia madre mi ha avviato allo studio di questo meraviglioso strumento.

Negli ultimi anni abbiamo potuto vederla e ascoltarla molto spesso qui a Trieste: che rapporto ha con questa città e con l’orchestra del Teatro Verdi?

La prima volta che sono venuto a Trieste era nel 1995, ho suonato Prokof’ev. Sono sempre molto felice di poter tornare in questa bellissima città anche perché sono in ottimi rapporti sia con le maestranze del teatro che con gli orchestrali. Negli anni mi sono esibito sia come solista che come direttore/solista, formula che continuo a sperimentare nei vari concerti.

Quali sono le difficoltà che comporta un’esibizione da solista e direttore?

Le difficoltà sono principalmente a livello psicologico, trattandosi di due punti di vista opposti e complementari allo stesso tempo. Mentre il solista suona da solo, il direttore deve avere pieno controllo sia sull’orchestra che sullo stesso solista. Il compito più complesso è prestare la massima attenzione al proprio strumento, e quindi al proprio suono, e all’intera orchestra, la quale deve essere pienamente cosciente del fatto che il direttore non è sempre presente perché sta anche suonando da solo. Mi sono avvicinato alla direzione d’orchestra tramite l’invito dell’Orchestra da camera lituana di Vilnius, che quest’anno festeggia il sessantesimo anniversario dalla sua fondazione: mi sento privilegiato ad avere la strada spianata verso questo nuovo percorso artistico e musicale.

Quali sono i suoi autori preferiti?
Io non ho autori preferiti, sono sempre alla ricerca della bella musica in tutte le epoche e in tutte le parti del mondo. Anche nell’ex Unione Sovietica abbiamo avuto grandi autori, tra i quali Šostakovič e Prokof’ev: la loro musica era sicuramente influenzata dall’epoca storica, ma era comunque ben scritta. Dovendo andare più indietro nel tempo, un autore fondamentale è stato certamente Bach, ma anche Mozart, Rossini, Paganini e tanti altri. In conclusione, io cerco la musica da cui posso trarre ispirazione.

©Mary Slepkova

Sappiamo che ogni musicista ha un rapporto particolare con il proprio strumento: che rapporto ha lei con il suo violino?
Il mio violino è stato costruito nel 1994 da mio padre, celebre liutaio russo che si formò presso la liuteria di Cremona e fu il primo russo a tornare in patria con la medaglia d’oro al termine della formazione. 

Lei oltre alle attività di violinista e direttore, insegna presso il Conservatorio di Lugano, in Svizzera. Cosa significa per lei insegnare?

Prima di ogni altra cosa io vedo l’insegnamento come la possibilità di condividere con altri violinisti meritevoli la mia esperienza in campo musicale. Insegnando sono in grado di trasmettere tutto ciò che ho imparato ad altri musicisti che a loro volta lo insegneranno a chi verrà dopo di loro, così i miei insegnamenti non andranno mai perduti. 

Chi è Sergej Krylov fuori dal palcoscenico?

Quando non suono e non dirigo, coltivo tantissimi interessi: mi affascina tutto ciò che ha a che fare con il mondo marino, con le barche e con l’aria. Sono tutte cose che non sono mai riuscito a fare per mancanza di tempo, essendo la mia vita molto frenetica, correndo da un teatro all’altro. In questi ultimi sei mesi in cui tutti noi ci siamo dovuti momentaneamente mettere in pausa ho riscoperto il piacere di dedicarmi alle mie passioni: in particolare ho tenuto lezioni online con allievi provenienti da ogni angolo del pianeta, ma sono riuscito soprattutto a prendermi del tempo per qualcosa che non sia il mio lavoro. 

©Mary Slepkova

Cosa pensa della didattica online?

Ho sentito tanti colleghi che se ne sono lamentati. Per il mio modo di lavorare, la didattica online è estremamente funzionale: questa tipologia di didattica impone anche una maggiore attenzione al rapporto tra insegnante e allievo, cosa che spesso nelle lezioni dal vivo è posta in secondo piano. Attraverso la didattica online ho avuto l’occasione di lavorare con musicisti da tutto il mondo, imparando e insegnando allo stesso tempo. 

Se potesse incontrare un musicista del passato, chi vorrebbe incontrare e perché?

Anche qui non riesco a dare una risposta precisa. Mi sarebbe estremamente piaciuto poter lavorare con Claudio Abbado e Lorin Maazel, ma non ci sono mai riuscito. Non ho ancora potuto incontrare personalmente Riccardo Muti, ma mi piacerebbe suonare con lui. 

Ringraziamo il Maestro Krylov e gli auguriamo buon lavoro. Appuntamento per domenica 27 settembre alle ore 18!

Si ringrazia Cecilia Zoratti per la preziosa collaborazione. 

Matteo Firmi

TRIESTE, MARCELO ALVAREZ E MARIA JOSE SIRI PER UN APERTURA DI SUCCESSO

Uno  splendido teatro pieno, questa è l’immagine che descrive il concerto di ieri sera. Trieste comincia l’attivita artistica 2020-2021 con un grande successo, una serata dedicata totalmente dedicata alla lirica con due grandi protagonisti come Maria Jose Siri e Marcelo Alvarez. A dirigere la serata Jordi Bernacer, che ha sostituito all’ultimo momento Francesco Ivan Ciampa che causa lutto famigliare ha dovuto abbandonare il concerto. In questi anni, serate belle al Verdi ne abbiamo viste tante, ricordo come fosse ieri il concerto straordinario con la direzione di Ezio Bosso, oppure le splendide pagine lette nelle stagioni sinfoniche dal maestro Haffner Caro ma la serata di ieri è stata unica.

Ogni settore del teatro era letteramente in visibilio dalle pagine di questo concerto, Maria Jose Siri con eleganza e raffinatezza ha interpretato le grandi arie del repertorio con una particolare attenzione a quelle Pucciniane. Una “Floria Tosca” sentita, appassionata, ha duettato con Marcelo Alvarez nel “Mario,Mario,Mario !” con complicità sfoggiando una tecnica vocale, e pienezza di suono rare. Maria Jose Siri, ha saputo letteralmente “colorare” ogni suo brano con diverse emozioni. Marcelo Alvarez è un esplosione di vita, la sua passione per il canto, la sua positività sono esattamente quello che serviva per ripartire con il piede giusto. Alvarez ha ben dimostrato che lirica è vita, ogni sua esibizione terminava con numerosi minuti di applausi e con la crescente voglia di sentirlo ancora. Emozionante la dolcezza con cui ha cantato l’aria ” Ô souverain, ô juge, ô père” dal opera “Le Cid” di J.Massnet.  Scegliere questi due cantanti, è stata una scelta vincente e chi scrive spera che presto possano tornare a calcare il palcoscenico del Verdi. L’orchestra della fondazione ha sfoggiato carattere e passione nelle pagine d’assieme e varietà timbrica nei momenti d’assolo. Nel lungo concerto è giusto ricordare  Il colore e la pastosità del primo violoncello nelle pagine con il soprano, la raffinatezza del dialogo tra Violino ( Konzertmeister Stefano Furini),Viola con Benjamin Bernstein e Cello con Tullio Zorzet  nel inizio del Intermezzo del “Manon Lescaut”.

Buona esibizione anche della compagine corale che ha ben espresso tutte le sue potenzialità ne ” O signore dal tetto natio” e nel celebre “Va pensiero”, sempre preparati egregiamente dal maestro Francesca Tosi. Un plauso al maestro Jordi Bernacer che entrando al ultimo momento ha ben guidato l’orchestra in questa bella serata. Trieste, riscopre il suo amore per la lirica e il bel canto e sopratutto la voglia di musica e cultura ha superato egregiamente il terribile periodo del lockdown. Prossimo appuntamento , domenica  27 settembre  con Sergey Krilov in veste di solista e direttore.

Programma della serata

Giuseppe Verdi
Sinfonia da I vespri siciliani

Francesco Cilea
“E’ la solita storia del pastore” da L’Arlesiana

Giuseppe Verdi
“Pace, pace mio Dio!” da La forza del destino
“O Signore dal tetto natio” da I lombardi alla Prima Crociata

Jules Massenet
“Ô souverain, ô juge, ô père” da Le Cid

Umberto Giordano
“La mamma morta” da Andrea Chénier

Giuseppe Verdi
Finale da Macbeth

Giacomo Puccini
“E lucevan le stelle” da Tosca“Vissi d’arte” da Tosca

Giuseppe Verdi
“Va, pensiero” da Nabucco

Giacomo Puccini
Nessun dorma” da Turandot
Intermezzo da Manon Lescaut
“Mario! Mario! Mario!” da Tosca

Trieste, 14 settembre

Gaga Symphony ….. un orchestra giovane !

Stasera si esibiranno al Castello Carrarese di Padova. Sono tanti e sono giovani, ascoltarli mette il buon umore: loro sono la Gaga Symphony Orchestra. In questi giorni abbiamo avuto il piacere di avere con noi e di intervistare Simone Tonin e Sara Prandin, ovvero il direttore musicale e il direttore artistico di questo stupendo gruppo di ragazzi.

Spiegateci com’è nato questo progetto? Come si rende “giovane” un concetto così serio come un’orchestra sinfonica? 

Sara Prandin – Come tanti progetti è nato per gioco, volevamo divertirci suonando insieme… Tutto è partito da qui ed è proprio questo divertimento, nutrito ancora oggi di frizzante entusiasmo, che continua ad essere l’ingrediente principale della ricetta “Gaga Symphony”. Come si rende “giovane” un’orchestra? Inserendo in organico la batteria, per esempio! Noi, infatti, consideriamo la batteria proprio come il simbolo della musica pop/rock che viene ascoltata dal grande pubblico di oggi. C’è tanta serietà dietro un’orchestra sinfonica perché è un’arte che richiede una vita di studio, di passione e di dedizione, ma ciò non significa che debba trasmettere al pubblico solo “serietà”. Lo sterminato repertorio che viene definito limitativamente “classico” regala uno spettro altrettanto ampio di emozioni, tra cui sicuramente il divertimento.  Ci si può divertire con Mozart, così come con i Beatles, se si superano certi stereotipi e pregiudizi legati al genere. Noi quindi “catturiamo” e parliamo al nostro pubblico suonando ciò che va più di moda – o che ha fatto la storia nelle decadi passate – accompagnando gli spettatori nella scoperta, e di conseguenza nell’apprezzamento, delle sonorità sinfoniche, delle possibilità timbriche ed espressive dell’orchestra attraverso l’arrangiamento di un pezzo pop, per poi proporre subito a seguire un brano tratto dal grande repertorio sinfonico o operistico. In questo modo, con tale accostamento, il brano “classico” viene sempre accolto con lo stesso, se non maggiore, entusiasmo delle hit pop o rock suonate in precedenza. E questo è il nostro momento preferito di ogni nostro spettacolo, perché così sappiamo di aver centrato il punto e trasmesso “qualcosa” – un’emozione, un insegnamento, una suggestione, un motivo di approfondimento, ecc. – al nostro pubblico.

©Natascia Torres

La scelta del repertorio è uno dei vostri punti di forza, come nascono i vostri programmi? Cosa significa arrangiare un brano pop per orchestra sinfonica? E quali sono le principali difficoltà?

Sara Prandin  In quanto compositore, lascio rispondere il Direttore d’orchestra Simone Tonin, nonché co-fondatore, insieme a me, della Gaga Symphony Orchestra.

Simone Tonin – Partiamo innanzitutto da ciò che vuole, o comunque si aspetta, il pubblico, ossia dalle canzoni pop più ascoltate, per poi arrivare a ciò che appartiene al nostro background musicale, ovvero il grande repertorio “classico”. È così che ci ritroviamo ad orchestrare le canzoni pop per grand’orchestra o altre formazioni, conservando il carattere originale del brano e inserendo suggestioni dei Maestri compositori del passato. Un pop (inteso in senso ampio e non solo come “genere”), quindi, che strizza l’occhio alla classica e viceversa. Nel nostro nuovo spettacolo “Note a Margine”, ad esempio, potreste ritrovarvi ad ascoltare Madonna arrangiata alla Wagner o una Beyoncé alla Ravel. Le principali difficoltà stanno nel saper mantenere il carattere proprio del brano esaltando le possibilità dell’organico orchestrale, in un gioco continuo di equilibrio e tensione. 

©Natascia Torres

Il concerto di Padova s’intitolerà Note a Margine: raccontateci un po’ com’è nato il programma, ci lavorate da tanto? 

Sara Prandin  Le “note a margine” non sono le note musicali, bensì le note scritte a mano a lato della partitura, quando si analizza un brano o quando si è ispirati da un’idea. Quelle note che, in qualche modo, vi racconteremo io e Simone Tonin durante il concerto, “a margine” della musica e a lato del sestetto che si esibirà musicalmente.  Questo spettacolo è nato dalla situazione particolare e difficile che stiamo vivendo. Non ci sono al momento le possibilità per portare in scena l’orchestra sinfonica, così siamo passati letteralmente da 60 a 6 musicisti sul palco – più 2 voci narranti – e, per compensare la riduzione d’organico, affinché non risultasse uno spettacolo “ridotto”, abbiamo creato qualcosa di totalmente nuovo, che ha stupito noi stessi in primis mentre ci stavamo lavorando e stavamo perfezionando il format. Chissà, magari se non fosse stato per questa situazione negativa, Note a Margine non avrebbe mai visto la luce. Ma, come si dice, la necessità aguzza l’ingegno! E noi volevamo tornare a suonare quanto prima per emozionare ed emozionarci con il nostro pubblico, insieme e dal vivo.

Quali sono le difficoltà principali che avete trovato nel vostro cammino?  

Sara Prandin  La risposta risulterà molto banale: le risorse finanziarie, o meglio, la loro mancanza. È il Problema – con la maiuscola – un po’ per tutto il mondo artistico considerato un po’ “di nicchia” in Italia, che per realtà come le orchestre si amplifica ancora di più, in quanto a lavorarci vi sono moltissime persone (e non solo musicisti!) con differenti esigenze tecniche. C’è anche da dire che, guardandola da un altro punto di vista, non possiamo che ritenerci fortunati. Sì, perché avrei potuto rispondere che una delle difficoltà da affrontare fosse trovare ottimi musicisti che fossero anche ottime persone, che troviamo difficile farci apprezzare dal pubblico meno avvezzo alla classica, che un progetto così tosto da gestire dopo un po’ può stancare…Invece no! Il nostro problema sono solo i banalissimi soldi. 

©Natascia Torres

Cosa significa far nascere un’orchestra da zero? E soprattutto senza “schei”…diciamo dal punto di vista finanziario?

Sara Prandin  Proseguendo il discorso, forse il disagio maggiore sta nella difficoltà di trovare delle sedi idonee per le prove, sia in termini di spazio che di acustica, soprattutto quando siamo in sessantacinque. Per il resto, devo dire che abbiamo sempre guardato il lato positivo. In questo fa molto gioco il fatto di amare la musica, di divertirci tantissimo anche semplicemente stando insieme e di credere fino in fondo nel progetto “Gaga Symphony”. In principio, quando ancora non eravamo una vera orchestra ma solo un’idea, abbiamo coinvolto gli amici. La conquista più grande è stata trasformare questo gruppo di amici in una realtà professionale, crescendo insieme sia musicalmente che come formazione, consolidando i nostri rapporti e il nostro modo di fare musica insieme.  Non lo nego, non è stato facile. Io e Simone abbiamo imparato questo lavoro facendolo, ripartendo ogni volta dai nostri errori, ma la responsabilità è sempre stata enorme fin dall’inizio (forse, più di quanto ce ne rendessimo conto all’epoca). Non solo stavamo creando e crescendo un’enorme band, ma davamo vita a spettacoli e nuovi repertori partendo proprio da zero: organizzavamo gli eventi, ci occupavamo di tutti gli aspetti collaterali, dal service alla promozione, ecc. Ricordo, tutto questo, senza soldi! Facendo semplicemente del nostro meglio, aiutati dai nostri amici. Eravamo così “stressati” che ci venivano sfoghi cutanei, influenze pre-concerto… Non che ora le cose siano più facili, ma sicuramente abbiamo più esperienza, professionisti al nostro fianco pronti a supportarci e la situazione decisamente sotto il nostro controllo. Insomma, siamo più corazzati e pronti a tutto, ma sempre col sorriso!

©Natascia Torres

Prossimi progetti in vista?  

Sara Prandin e Simone Tonin  Prima della pandemia avevamo in campo diversi progetti e spettacoli a cui ora stiamo dando una differente collocazione temporale. Sicuramente puntiamo nel proseguire a mettere in scena lo spettacolo “Note a Margine” e portare l’entusiasmo “Gaga Symphony” in giro per l’Italia. Più in generale vogliamo ancora crescere artisticamente, sotto diversi punti di vista: sperimentare nuove tecniche di arrangiamento, aumentare l’interazione con il pubblico durante i nostri spettacoli, trovare nuovi e coinvolgenti modi per comunicare con i nostri fan online. Stiamo anche lavorando a una “Gaga Symphony Academy”: ci piacerebbe insegnare attraverso la nostra visione della musica d’insieme e fare didattica non soltanto sulla musica classica, ma anche sul pop, sempre nello stile Gaga Symphony!

Grazie a Sara Prandin e Simone Tonin e alla Gaga Symphony Orchestra, e In bocca al lupo!

Matteo Firmi

Decimo concerto della stagione estiva

Il Teatro Verdi, si congeda con la popolazione dopo la ripresa delle attività per la pausa estiva. La fondazione nei mesi estivi, ha costruito una vera e propria “stagione sinfonica 2.0” 10 concerti che hanno ben saputo metter in risalto le mille sfaccettature del teatro dove compagini interne si sono intersecate con nomi di prima qualità come ad esempio Daniela Barcellona. Ieri sera il concerto conclusivo prevedeva pagine sinfoniche e grandi pagine corali, come le Danze Polovesiane dall’opera Il principe Igor.

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©Fabio Parenzan/Teatro Verdi di Trieste

L’apertura è stata affidata a louverture da I maestri cantori di Norimberga di Richard Wagner. Il gesto del maestro Paolo Longo è stato chiaro sin da subito, ogni piccolo movimento era una pennellata di mille colori, il positivismo e grandi masse sonore portano l’ascoltatore verso una sensazione di benessere che grazie al Covid19 non siamo più abituati. La seconda pagina del concerto vedeva la prima suite dall’opera Peer Gynt di Edvard Grieg, in questa lettura si son ben notate le differenze tra chi vede la partitura solo in verticale o chi (come il M°Longo) l’affronta anche in orizzontale. La lettura dei 4 tempi è meticolosa, ogni nota ha il suo significato e nulla è lasciato correre. Emozionante il finale del primo movimento quando è bastato un semplice sguardo del direttore per rendere un crescendo omogeneo ed elegante.

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Terzo brano della serata è stato Ma Mère l’Oye di Maurice Ravel, suite pianistica scritta nel 1908, che successivamente fu pensata e strumentata per orchestra. Ravel,come tutti sanno è un maestro della strumentazione e la sua musica e di difficoltà estrema. L’orchestra del Teatro ha ben saputo disimpegnarsi in questo racconto “fanciullesco” con leggerezza sia nei archi che nei fiati,  segnalo la grazia del glissato del primo violino , il morbidi pizzicati del primo contrabbasso e la compattezza sonora dei fagotti.Chiudeva in la parte sinfonica della serata il celebre Una notte sul monte Calvo di Modest Musorgskij dove l’orchestra ha portato a termine un ottima esecuzione.

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©Fabio Parenzan/Teatro Verdi di Trieste

La seconda parte del concerto vedeva l’aggiunta del coro della fondazione con due pagine dal repertorio operistico, Patria oppressa dal Macbeth e le Danze Polovesiane  dall’opera Il principe Igor. La compagine corale è stata preparata egregiamente dalla maestra Francesca Tosi, anche se la disposizione del coro causa Covid19 non ha reso totalmente le potenzialità vocali. Il teatro Verdi, ha ben saputo uscire a testa alta dal brutto periodo del Lockdown affidandosi alle forza delle sue maestranze, ma ancora di più a due “gioielli”  ovvero il m°Longo e la m°Tosi. L’orchestra assieme al m° Longo ha un gran feelings che rende ogni concerto denso di musica quella con la M maiuscola.  La m° Tosi ha saputo dimostrare grinta e personalità nell’esecuzione del repertorio corale con ottime performance nei concerti dedicati. Il Verdi ora chiude per la pausa estiva, ma sappiamo già che domenica 13 settembre la stagione riapre e speriamo senza troppi impedimenti causati dal Covid19.

Matteo Firmi

Trieste, 7 agosto 2020

STRAUSS, CHARPENTIER E COPLAND PER DEI FIATI ECCELLENTI

Trieste 2 agosto – Secondo e ultimo appuntamento questa mattina con “i Fiati del Verdi”  e la direzione del M° Paolo Longo, un concerto raffinato e interessante che ha ben spaziato nel repertorio poco conosciuto della letteratura per strumenti a fiato. ll concerto ha visto pagine impegnative del 900 quali la Suite per Fiati op 4 di Richard Strauss,  la “Vitrail pour un  Temps de Guerre” del francese Jacques Charpentier e la celebre “Fanfare for the common man” di Aaron Copland. La “sinfonietta” di Strauss è una pagina molto interessante e ahimè raramente eseguite composta nel 1881 ed eseguita nel 1884 a Dresda,  la composizione con una forma stilistica dichiaratamente vicina alla “sinfonia classica” vede un continuo incastro di strutture musicali perfette, incastrate non solo orizzontalmente ma anche verticalmente. 117194180_3527753467255534_1861047450454940727_o I fiati del Verdi han accolto il pubblico presente con un’esecuzione convincente, positiva e molto sentita, i numerosi soli presenti nella partitura sono stati ben accompagnati dal ensemble e il tutto è sembrato un semplice ma raffinatissimo dipinto. Vale la pena sottolineare il gran lavoro del primo clarinetto che nel secondo movimento della suite ha reso onore alle molteplice potenzialità del suo strumento , al primo oboe che durante tutta la suite ha sfoggiato tecnica e freschezza con una rara grazia.Affascinante la compattezza sonora della famiglia dei fagotti (in questo caso 2 fagotti e controfagotto).Le Vetrate eseguite per la prima volta quasi 100 anni dopo la suite è un opera ammaliante e  complicata. Chi si aspetta un’opera melodica di stampo romantico, dovrà sicuramente cambiare idea. La vetrata e una struttura geometricamente perfetta, fatta di figure anche lontane ma molto ben delimitate in un contorno. Il brano è una fotografia meticolosa di una guerra, le sonorità della partitura sono aspre e dure, ma il silenzio alternato è un collante perfetto. La direzione meticolosa del maestro Longo ha reso questa partitura vicina ad ogni ascoltatore che sicuramente sarà tornato a casa con una propria riflessione interna sul tempo di Guerra. Il concerto vedeva come ultimo brano la celebre “Fanfare for the common man ” di Aaron Copland, brano del 1942 per brass ensemble e percussioni, questo brano nel corso dei anni ha avuto sempre più valore spirituale, venendo la figura del “common man ” o del uomo comune sempre più messa al centro di tanti pensatori. Oggi , il maestro Longo assieme ai suoi splendidi musicisti ha ben lanciato un messaggio di speranza. L’aggressività delle percussioni iniziali infatti con il passar del tempo diventa sempre più un unico grande suono compatto e pieno quasi ad urlare “mai più guerre”. Il teatro Verdi, in questo tempo sta scoprendo sempre più la grande professionalità delle sue maestranze che anche in questo periodo di Covid 19 ha ben saputo essere presente con la sua programmazione all’interno della città. I “fiati del Verdi” sono una bella sorpresa, tecnica, raffinatezza e potenza sonora nei programmi presentati  sono il punto di forza di questa compagine che spero si esibisca molto presto. Il maestro Paolo Longo, accompagna e guida questo gruppo con eleganza e tecnica, la complicità che c’è tra lui ed i “suoi” orchestrali rende ogni concerto unico ed interessante.

 

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Ottimi Fiati per un Verdi estivo

Trieste  26 luglio 2020 –  Dopo la chiusura forzata causa Covid 19, il teatro Verdi cerca di ripartire nei modi migliori. 10 concerti per altrettanti stili diversi, e dopo l’orchestra piena e i concerti corali ora tocca alle compagini dei archi e dei fiati nei loro repertori dedicati. Nella data odierna il programma vedeva musiche di L.Van Beethoven, R.Strauss , H.Tomasi e H.Carmichael sempre sotto la direzione del M.Paolo Longo. Il concerto ha ben saputo portare al pubblico presente le sfumature di quella grande famiglia che chiamiamo semplicemente “Fiati”.116265232_3506051136092434_7972155658664937274_o Dopo un omaggio dedicato a Beethoven che quest’anno ricordiamo i 250 anni della nascita con la sua celebre “Zapfenstreich” si è passati alle leggiadre sfumature della Serenade op.7 di Richard Strauss. Nella Serenade tutte le parti han ben saputo portare a termine il proprio compito, dipingendo una tavolozza di mille colori. Ottimo assieme e ottimi colori mai troppo aggressivi. Dalla penna di Richard Strauss, si è passati al intensità sonora dei Brass e percussioni con le ” Fanfares Liturgiques”, interessante varietà di linguaggi per un concetto quello della “Fanfara” troppe volte dato per scontato. Entrando nel dettaglio i Brass riescono a fondersi in un suono compatto e mai aggressivo, leggerezza e potenza ben si diversificano in questa esecuzione. 116015573_3506051146092433_3836110811226736029_oL’uso delle percussioni è ben dosato creando atmosfere di rara raffinatezza. Il concerto si conclude con la celebre “Stardust”, dove tutto l’organico riunito ha portato il pubblico presente nelle atmosfere dei anni 20. Una direzione impeccabile quella di Paolo Longo, che ha saputo ben amalgamare passione e tecnica. Un concerto interessante, da riascoltare appena possibile.

foto- Fabio Parenzan

 

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SCOSSA ELETTRICA

Alessandro Volta (1745 – 1827) fu un fisico italiano la cui invenzione della batteria elettrica fornì la prima fonte di corrente continua. trasferimentoNel 1899, la città italiana di Como ha ospitato una celebrazione di Alessandro Volta, per il quale è attribuito il termine elettrico “volt”. Giacomo Puccini (1858-1924), a quel tempo già un famoso compositore d’opera fu incaricato di scrivere una marcia celebrativa per l’occasione. Il risultato fu “Scossa elettrica”, una piccola marcia brillante. Il mio arrangiamento per brass quintett è ora disponibile presso la casa editrice Baton

Mini Score

Combattiamo con la musica, Beatrice Venezi

La nuova protagonista della nostra rubrica  “Combattiamo con la musica”è Beatrice Venezi, giovane direttrice d’orchestra  di Lucca , classe 1990  studia Pianoforte e Direzione d’orchestra e di diploma a pieni voti presso il Conservatorio di Milano. Autrice del libro ” Allegro con fuoco. Innamorarsi della musica classica” , ora è direttore principale della  “Orchestra Milano Classica” e direttore principale ospite dell”Orchestra della Toscana ” .

1- Dal pianoforte alla direzione d’orchestra, cosa l’ha fatta scegliere per questo ruolo così importante e difficile ?

Direi che è stata una necessità interiore a spingermi verso la direzione d’orchestra. È un’idea nata in me dopo pochi anni che studiavo pianoforte e si è radicata così profondamente che ne ho fatto la strada di vita maestra. Non ci sono nella mia famiglia altri musicisti, quindi non ho subito condizionamenti ambientali, per quanto i miei genitori siano stati sempre presenti e anzi mi abbiano sempre stimolata alla curiosità intellettuale nei confronti della cultura e dell’arte in generale. Ho maturato la consapevolezza che la musica era sicuramente il linguaggio giusto ma quegli 88 tasti non erano sufficienti affinché mi potessi pienamente esprimere, avevo necessità di una tavolozza di colori più ampia, e questa varietà solo l’orchestra la può dare. Perciò la spinta motivazionale interiore è l’unica spiegazione che riesco a darmi; per dirla con il mio Maestro Gaetano Giani Luporini, deve essere stato il demone della musica che ha deciso di dimorare in me.

 

2- Qual’è la sua visione dell ” Direttore d’orchestra”, secondo lei chi è il direttore d’orchestra oggi ?

Un buon direttore d’orchestra è buon leader: deve essere in grado di tirare fuori il meglio dal materiale (musicale in questo caso, ma prima di tutto umano!) con cui si trova a lavorare, essere in grado di creare un bel clima e un gruppo di lavoro coeso, motivandolo, assistendolo, direzionando le energie positive verso l’obiettivo. Deve essere il pilastro – forte e stabile, un punto di riferimento – su cui tutti gli artisti sentono di poter contare. Al di là delle doti musicali, del talento e della preparazione, che sono imprescindibili, è necessario sviluppare quelle doti umane che riguardano l’interazione con gli altri, conciliando controllo e dialogo. Lo strumento di cui il direttore può e deve servirsi per tutto questo è la comunicazione poiché la musica stessa è linguaggio, comunicazione. Credo che ormai la figura del direttore/dittatore sia decisamente passata di moda!

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3- Come affronta lo studio di una nuova partitura ?  Quanto studio preliminare fa prima di entrare nella partitura ?

Ritengo che l’aderenza al testo sia alla base del lavoro di un musicista. Uno studio approfondito della partitura, ma anche biografico rispetto al compositore, del contesto storico-estetico entro cui si esprimeva, consultando tutte le fonti disponibili, è assolutamente necessario. Io cerco di assorbire quante più informazioni possibili, poi le lascio sedimentare in me e, infine, dopo un certo processo che definirei naturale, fisiologico, emergono alla coscienza alcune “epifanie” rispetto al significato di certi passaggi o scelte musicali. Solo a quel punto posso formare una mia interpretazione. È un processo di indagine a metà tra lo scientifico e l’esoterico.

 

4– Lei ha recentemente inciso il cd ” My Journey: Puccini Symphonic Works” , cosa ha significato per lei leggere pagine come ” Scherzo e Trio” nella prima esecuzione orchestrale ?  Secondo lei  chi era Giacomo Puccini ? Il linguaggio musicale di Giacomo Puccini è una tela di mille colori, mille sfumature ma quel linguaggio oggi e da considerarsi moderno ?

Era un uomo estremamente moderno, che intuisce l’importanza di avvicinare il suo pubblico e l’importanza del culto della propria immagine; un uomo curioso ed eclettico, interessato alle altre arti, specialmente quelle visive, da cui si lascia contaminare. E ancora, un compositore che intuisce la modernità e la necessità del pubblico del Novecento di una nuova idea di spettacolarità, ma altrettanto capisce l’importanza della tradizione, la cui conoscenza e consapevolezza è l’unico vero ponte verso l’innovazione. La sua opera è la più moderna per velocità dell’azione drammatica, sensibilità quasi cinematografica della partitura e per questo motivo il suo stile è ancora capace di parlare la lingua della modernità, trovando un filo diretto di comunicazione con il pubblico.Fu poi un orchestratore straordinario in grado di far letteralmente cantare l’orchestra. Questo album dedicato alle sue pagine sinfoniche mira proprio a mettere in luce questo aspetto della sua produzione. Ho scelto di aprire il disco con lo Scherzo per orchestra, il cui Trio è stato ricostruito dal centro Studio Puccini di Lucca e mai inciso prima d’ora in questa forma per il valore musicologico che rappresenta. In questo brano giovanile si sentono l’irruenza tipica della gioventù e del carattere di Puccini ma anche il profondo rispetto e la conoscenza delle forme tradizionali.

5- Questo periodo è orribile per la musica …secondo Lei come cambierà il mondo musicale ? cosa pensa delle rappresentazioni trasmesse via streaming ?

Credo che sia un momento di grande difficoltà ma anche l’occasione per una svolta: c’è bisogno di innovazione e creatività per uscire dalla crisi e trovare una nuova modalità di comunicazione e interazione con il pubblico. Un pubblico che dovrà necessariamente rinnovarsi. Ci sarà probabilmente una sorta di selezione naturale tra coloro che saranno in grado di portare avanti questo cambiamento e chi invece continuerà a pensare secondo i vecchi schemi.

Credo anche che la politica debba finalmente prendere coscienza dell’importanza della cultura nel definire il peso specifico di un popolo, il suo pensiero e il suo modello sociale; prendere coscienza dell’importanza dell’arte e della cultura come fattori di coesione sociale e come asset strategico nel rilancio del Paese, anche in materia di turismo culturale. Il teatro, l’arte e la cultura devono rivendicare il proprio posto.

Quanto allo streaming, credo che la digitalizzazione degli archivi musicali possa ampliare il pubblico e possibilmente rappresentare un indotto importante per i teatri, da allocare sulle nuove produzioni. Ma niente potrà mai sostituire lo spettacolo dal vivo: in streaming non c’è nessuna condivisione, nessuna comunione, nessuna catarsi.

6- Chi è Beatrice fuori dal palcoscenico ? quali sono i suoi hobby ?

Sono una persona curiosa, intuitiva e piuttosto testarda.

Nel poco tempo libero che ho mi piace informarmi e sperimentare ciò che non conosco: amo leggere, visitare mostre, guardare film, e soprattutto viaggiare, specialmente in quei posti che presentano uno stile di vita e una cultura molto distanti dai nostri, sperimentando usi e costumi diversi da quelli a cui sono abituata.

Mi piace fare lunghe passeggiate nella natura e mi dedico allo yoga e alla meditazione, oltre che alla lettura dei testi antroposofici.

Infine, ascolto un po’ di tutto. E’ estremamente importante, nella mia opinione, essere coscienti di tutto ciò che ci circonda; tutto può diventare spunto di riflessione e magari fonte di ispirazione

 

intervista per la webine – ierioggiedomani opera !

Scherzo e Trio, una rarità….

Era il mese di gennaio, e nei miei continui studi sul m°Puccini  mi sono scontrato nel cd My Journey Puccini Symphonic Works , a cura di Beatrice Venenzi e l’orchestra della Toscana dove compariva per la prima volta ” Scherzo e Trio” e la mia curiosità ha fatto si che le ricerche mi han portato alla partitura originale edita per la prima volta da Carus.

una foto della prima versione dello scherzo

In questo lavoro, ho cercato di mantenere la leggerezza della strumentazione dei temi tipica del “giovane puccini” adattandola all’orchestra a fiati.

sito del Editore dove è possibile acquistarla

MINISCORE 

Cecilia Molinari, Mezzo soprano dalle mille sfaccettature

Ecco qui per voi l’intervista che ho fatto alla giovane mezzosoprano Trentina Cecilia Molinari ascoltata con piacere al Teatro Giuseppe Verdi per Lucrezia Borgia

In questa lunga quarantena ho deciso di regalare ai lettori di Ieri Oggi e Domani Opera un
serie di interviste. Per la prima intervista, ho pensato ad una giovane mezzosoprano che
mi ha colpito subito, con il suo colore vocale caldo e pulito. A Trieste ho avuto l’onore di
ascoltarla a gennaio nella Lucrezia Borgia. Cecilia Molinari, Classe 90, nata a Riva del
Garda diplomata in flauto e Canto Lirico .

M: Ciao Cecilia, Grazie per aver accettato l’invito per questa “chiacchierata”.
Cominciamo … come ti sei avvicinata alla musica ? La tua passione per il Canto lirico da
dove e nata ?

C: Grazie a te per avermi invitato. Cantare fa parte della mia vita fin da quando ero
piccola; i miei genitori e i miei nonni prima di loro hanno sempre cantato nel coro
parrocchiale tutte le domeniche e mia zia dirige da più di 40 anni il coro della città di Riva del Garda, il coro Anzolim de la Tor. Quando mia sorella ha cominciato a studiare Canto lirico mi sono avvicinata a questo tipo di vocalità e mi sono trovata subito a mio agio.
M: Cosa ricordi del tuo debutto nel mondo dell’opera lirica ? qual è l’emozione più
grande che hai vissuto calcando i palchi europei ?

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C: Ho debuttato con “il Turco in Italia” di Rossini al Teatro Comunale Mario del Monaco di
Treviso all’inizio del 2015. Di quel periodo ricordo molto bene l’emozione di vivere il Teatro
“dall’altra parte”, il lavoro dietro le quinte, le mattine in sartoria, le prime prove di regia, il
primo Assieme con l’Orchestra, la consapevolezza di far parte di un meccanismo
complesso, delicato e unico.
L’emozione più grande che ho vissuto è stata cantare il finale serio di “Tancredi” al Teatro
Petruzzelli di Bari nel 2018; esalare le ultime battute del giovane Tancredi accompagnate
da quella musica eterna e tragicamente spezzata composta da Rossini è stato molto
toccante.
M : Come ti prepari per un nuovo allestimento ?

C: È fondamentale arrivare preparata, questo significa non solo sapere la parte
correttamente e a memoria, ma anche avere una propria visione del personaggio e una
precisa idea musicale. Chiaramente con l’aiuto del Maestro e del Regista si fa evolvere il
personaggio musicalmente e scenicamente, ma non si può partire da zero, altrimenti ci si
scosta troppo dalla propria natura e si finisce per diventare una marionetta nelle mani
degli altri.
M : Quali sono i tuoi autori preferiti e perché ?

C: Sono estremamente legata a Rossini. Non solo è stato l’autore della prima opera che
abbia mai ascoltato (avevo infatti a casa un bellissimo Barbiere di Siviglia cantato da
Callas, Alva e Gobbi), ma è stato l’autore che mi ha veramente cambiato la vita.
Infatti, quando nel 2015 ho frequentato l’Accademia Rossiniana a Pesaro e ho incontrato
il Maestro Alberto Zedda, ho deciso di dedicarmi alla carriera lirica, abbandonando la
carriera medica.

©+Yasuko+Kageyama+IMG_9629+WEB

M : Nel tuo repertorio oltre alla lirica c’è un bel capitolo di musica sacra e liederistica,
come cambia Cecilia nel repertorio “non operistico “?

C: La musica Sacra ha un posto speciale nel mio cuore, perché mi ricorda gli anni in cui
ho cantato nel coro, le mie radici. La musica da camera mi affascina molto e la trovo
estremamente difficile; bisogna essere vulnerabili per cantare questo tipo di musica. Non
c’è nessun “ruolo”, nessuna “maschera” che ci nasconde, siamo “nudi” e ci vestiamo di
pura melodia.
M: Il flauto …. lo suoni ancora ? Cosa ti è piaciuto del flauto ? É nata prima la passione
per il canto oppure quella per il flauto ?

C: Ho cominciato a suonare il flauto quando avevo sette anni, e mi sono poi iscritta al
conservatorio di Riva del Garda (sezione staccata di Trento) fino a prendere il diploma.
Dello studio del flauto mi è sempre piaciuta l’attenzione costante alla “linea”, la ricerca
della consapevolezza del fiato e l’importanza del respiro. Queste sono solo alcune delle
somiglianze che poi ho ritrovato nello studio del canto.

M: Chi è Cecilia fuori dal mondo teatrale ?

C: Cecilia fuori dal Teatro è una persona che non cerca il dramma a tutti i costi, ma
preferisce lasciarlo sul palco.
M: Come stai vivendo questa quarantena ?

C: Questo periodo di quarantena mi permette di avere del preziosissimo tempo da
condividere con la mia famiglia. Sono momenti speciali, che nella gravità del momento,
riempiono il cuore di gioia e speranza.
M : Il mondo musicale in questo periodo sta vivendo una crisi profondissima, secondo te
come sarà il domani del mondo della lirica ?

C: Non so perché la cultura sia sempre vista come “sacrificabile”. I Teatri sono stati i primi a chiudere e ahimè credo saranno gli ultimi a riaprire. Spero che questa pausa sia anche un momento utile di autocritica e riprogrammazione.
Il mondo del Teatro e della Lirica dovrà cambiare in qualche modo, se non altro da un
punto di vista strutturale; come si sono adeguate le uscite di sicurezza per facilitare il
defluire del pubblico in caso di incendio, non faccio fatica a credere che dovranno essere
fatti alcuni accorgimenti per la messa in sicurezza in caso di emergenza sanitaria.
Mi aspetto anche che, dal momento che l’ipotesi di pandemia è diventata realtà e non si
può escludere che non possa ripresentarsi in futuro, vengano attuate vere misure di tutel ai lavoratori dello spettacolo. Bisogna prepararsi a questo tipo di scenari e non si
possono più mettere in pericolo il lavoro e la dignità di chi vive di Teatro e di Arte.
Come ultimo mi aspetto anche che ci sia un’apertura al mondo tecnologico. Ora che
abbiamo capito tutti come funziona lo “Smartworking”, cosa sono le piattaforme digitali e lo streaming, non si torna indietro, nemmeno nel mondo dell’Opera. Non voglio dare un giudizio negativo o positivo in questa sede, mi limito ad indicare le eventuali tematiche con cui il mondo dell’Opera dovrà scontrarsi nell’era post-pandemia.

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M: Prossimi Impegni musicali ?

C: In piena pandemia, tutti i programmi che avevo restano nell’incertezza. In attesa di
rientrare nella corsa, studio nuovi ruoli, ripasso quelli vecchi e immagino la meravigliosa
sensazione che proverò entrando di nuovo in Teatro.
Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato !

L’elisir del bel canto

Una calda domenica di carnevale vede la seconda rappresentazione de L’elisir d’amore, melodramma giocoso in due atti di Gaetano Donizetti su libretto di Felice Romani. Un impianto scenico snello, una compagnia vocale fresca e giovane, insomma una produzione che già dopo pochi minuti fa intendere all’ascoltatore che sarà un pomeriggio divertente. L’orchestra della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia è in piena forma, il suono caldo abbraccia l’ascoltatore in ogni scena, grazie soprattutto all’ottima lettura del direttore Jader Bergamini che ha saputo regalare allo spettatore una recita di altissima qualità.

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©Michele Crosera

La Regia di Bepi Morassi ha saputo incuriosire e divertire, obiettivo principale della scrittura Donizettiana. Morassi dimostra come  con pochi ma intelligenti accorgimenti si possa rendere moderna un’opera del 1832 senza snaturarne il contesto. Durante la recita in oggetto era in scena il secondo cast: Verona Marini ha saputo con eleganza e raffinatezza dipingere una Adina giovane e innamorata, ottimo il suo timbro vocale sempre intonato e pulito. Nemorino interpretato da Leonardo Cortellazzi ha saputo conivolgere gli spettatori con ottimi doti attoriali, emozionante la sua interpretazione della celebre “Una Furtiva lagrima” che ha ricevuto numerosissimi applausi a scena aperta.

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©Michele Crosera

Il dottor Dulcamara, vero motore teatrale di quest’opera è stato ottimamente interpretato da Francesco Vultaggio, divertente e vocalmente perfetto in ogni suo intervento. Belcore è stato interpretato da Marcello Rosiello, una voce di spessore e una rara capacità attoriale, anche se il personaggio perdeva probabilmente il suo lato più caricaturale. La parte di Giannetta è stata ottimamente interpretata da Arianna Donadelli che ha saputo mettere in evidenza una voce piena e potente , ma allo stesso tempo sfoggiando una leggerezza e freschezza rare.

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©Michele Crosera

L’allestimento scenico era curato da Gianmaurizio Fercioni, il quale ha saputo ben trasmettere l’ambientazione richiesta dalla partitura sempre mantenendo un’altissima qualità. Il disegno luci è stato curato  da Andrea Benetello che ha ben saputo rendere avvolgente e coinvolgente la scena. Il coro del Teatro La Fenice era diretto dal maestro Claudio Marino Moretti e si metteva in luce per l’ottima la pronuncia, molto definita e la cura dell’aspetto meramente vocale. Un allestimento quindi molto premiato dal pubblico presente che alla fine ha omaggiato la compagnia di numerosi minuti di applausi scroscianti.

Matteo Firmi

Venezia, 16 febbraio 2020

Un’ottima lezione di Bel canto !

Trieste, 20 gennaio 2020 –  In una serata piena di tensioni sindacali ha debuttato Lucrezia Borgia, opera di Gaetano Donizetti assente a Trieste dal 1871. L’allestimento, atteso da tanto tempo, è sicuramente, a parere mio e di altri critici locali, uno dei migliori di questa stagione. Gaetano Donizetti dovette scendere a patti con la censura quando, nel 1833,decise di scrivere questa opera, tratta dalla celebre tragedia di Victor Hugo. eK1lJuqLa produzione è nuova ed è una sinergia tra le fondazioni lirico sinfoniche di Trieste, Bergamo, dei Teatri di Reggio Emilia ePiacenza e della Fondazione Ravenna Manifestazioni. Lucrezia Borgia è un opera densa di pathos e azione scenica, molto ben interpretata dalla regia dell’altoatesino Andrea Bernard. La lettura di quest’opera e piena di riflessioni e di domande sulla vita di una donna, di una madre e sulla tragicità deglieventi che essa vive. Le scene di Alberto Beltrame sono molto minimaliste, ma costruite per concentrare l’attenzione sulla tragicità della vicenda. Le luci di Marco Alba caricano lo spettatore di un’ansia che si risolverà solo alla fine dell’opera; veramente efficaci ! L’interpretazione di Roberto Gianola è granitica, solida, impeccabile. Il gesto del direttore guida come un faro orchestra e palcoscenico attraverso una strada difficile, il suo gusto e la sua qualità sono tali da rendere la serata indimenticabile. L’orchestra del Verdi ha sfoggiato un suono di rara bellezza, ricco di sfumature. La compagine corale, guidata da Francesca Tosi, si è ben disimpegnata in tutta la recita.osPU630 La compagnia vede delle prime parti di rara qualità e dei comprimari che ben si destreggiano in ogni nota. Lucrezia Borgia è interpretata dalla brava  Carmela Remigio: le doti attoriali e le capacità vocali sono tali da farle ottenere numerosi applausi a scena aperta.Il tenore rumeno Stefan Pop, nel ruolo di Gennaro, oltre alle doti attoriali molto buone, ha dalla sua una dizione perfetta e una non comune capacità di utilizzo della voce. Nei duetti con il soprano traspare inoltre un’ottima intesa vocale. Cecilia Molinari nella parte di Maffio è una gradevole conferma. Già sentita a Trieste nel 2017 come Rosina nel Barbiere rossiniano,è dotata di dizione e messa di voce perfette, che le consentono direndere al meglio il ruolo in ogni sua sfaccettatura. Convincente,purnon allo stesso livello, Dongho Kim nell’ambiguo ruolo di Don Alfonso: una presenza scenica buona ma una dizione non perfetta rendono l’interpretazione non totalmente soddisfacente. Il pubblico, non strabordante, ha decretato un successo di peso per questo allestimento. Innumerevoli applausi a Roberto Gianola, Carmela Remigio e Stefan Pop. VkukumxPoco chiare le contestazioni alla regia,pervenutesolo dal loggione. Uno spettacolo, in scena fino al 25 gennaio, da vedere a tutti i costi.

La recensione si riferisce alla prima del 17 gennaio. 

Turandot e Aida per l’apertura della stagione lirica

 

Trieste – Un inizio scoppiettante quello del Teatro Verdi di Trieste per la sua stagione di Lirica e Balletto, con le produzioni di Turandot di Giacomo Puccini e Aida di Giuseppe Verdi. Entrambe le opere mancavano dal capoluogo giuliano da molto tempo: l’ultima Turandot fu rappresentata nel dicembre 2005 con la direzione di Daniel Oren, mentre l’ultima Aida nel 2009,Nello Santi sul podio. La serata del 29 novembre scorso ha visto l’inaugurazione della stagione con Turandot, nuova produzione del TeatroVerdi in collaborazione con il Teatro Nazionale di Odessa. L’allestimento,per la regia della coppia Katia Ricciarelli–Davide GarattiniRaimondi, è di stampo tradizionale,con un impianto scenico funzionale allo spazio a disposizione, costruito su due piani:in alto la corte imperiale e sotto il popolo di Pechino. Si tratta di scelte azzeccate, tenuto conto della grande massa corale presente.I costumi, di scarso gusto, sono quelli del Teatrodi Odessa,resi però più vivi dalle sapienti mani di Giada Masi.J0MDRRn Il balletto presente all’interno di questa produzione ha vissuto momenti altalenanti, risultando interessante in alcune scene,in cui conferiva quel tocco in più alla partitura, privando la invece dell’intimismo richiesto in altre.Buona la parte musicale sotto ogni aspetto: l’orchestra del Verdi ha ben saputo portare a termine una partitura complessa, guidata dalle esperte mani di Nikša Bareza,nonostante alcuni momenti molto sbilanciati verso i colori del fortissimo. Il giovane soprano croato Kristina Kolar ha fornito un’ottima interpretazione del ruolo di Turandot, riuscendo a fare suo quell’enorme dolore che ha reso di gelo la principessa. Amadi Lagha, tenore franco-tunisino,è stato un discreto Calaf, dotato di una bella voce che mancava da tanto a Trieste, con l’unico neo del timbro chiaro e dell’emissione aperta nel primo atto, poco adatti a un ruolo drammatico.Desirée Rancatore, una minuta Liù, ha saputo poco a poco conquistare tutto il pubblico triestino; emozionante il suo “Tu che di gel sei cinta”.Buona la presenza scenica e vocale dei tre ministri che hanno“guidato” il principe nel suo cammino. Solidi emolto ben gestiti i protagonisti dei ruoli minori. Il coro della Fondazione ha avuto il supporto del coro dell’Opera di Odessa e, purtroppo,le differenze tra la vocalità italiana e quella ucraina si sono fatte sentire.Un plauso va sicuramente al Maestro Tosi, che ha ben saputo dirigere il folto gruppo. Impeccabile la presenza del coro di voci bianche I Piccoli Cantoridella città di Trieste,preparatoegregiamente da Cristina Semeraro.

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Passando invece alla prima recita di Aida, tenutasi il 1° dicembre, sembra che questa produzione soffra di qualche problema sia dal punto di vista musicale che da quello scenico.E’ tuttavia doveroso elogiare lo sforzo produttivo compiuto dalla Fondazione,che ha visto l’orchestra rientrare in Italia solo durante la prima settimana di novembre, dopo una tournée di successo in Giappone. La regia, sempre affidata al duo Ricciarelli – Garattin iRaimondi, spesso non ha convinto del tutto, dando l’impressione di uno spettacolo ancora in evoluzione, a tratti privo dell’approfondimento drammaturgico che il capolavoro verdiano esige.Tra i numerosi balletti previsti, spicca quello del secondo atto per la fulgida performance della prima ballerina. La parte musicale ha visto trionfare senza alcun dubbio tutta l’orchestra della Fondazione,le trombe egizie e le numerose entrate della banda fuori scena, dirette dal Maestro Fabrizio Maria Carminati. Buona la sua interpretazione, anche se spesso la scansione metronomica non era totalmente sicura e stabile. 5USualJSvetlana Kaysan ha delineato un’Aida sicura, dalla vocalità di ampio respiro e ottima musicalità. Gianluca Terranova si è disimpegnato nella parte al massimo delle sue potenzialità, anche se sotto l’aspetto vocale il suo Radames non ha soddisfatto totalmente. Affascinante e interessante l’Amneris di Anastasia Boldyreva: ottima vocalità e bellissima presenza scenica, il giovane mezzosoprano russo ha saputo attrarre a sétutta l’attenzione del folto pubblico nel terzo e quarto atto, raggiungendo momenti di alta intensità interpretativa. Buono il rendimento di Andrea Borghini, solidala voce di Cristian Saitta nel ruolo di Ramfis. Ben interpretati i ruoli minori.

Il pubblico Triestino ha applaudito con vigore, con numerose chiamateal proscenio sia per Turandot che per Aida. Un impegno di certo oneroso per la Fondazione giuliana, ma ricambiato dalla città con entusiasmo e  numerosi telespettatori (entrambe le opere sono state trasmesse in diretta dall’emittente locale). Il Giudizio complessivo su queste due produzioni è più che discreto; ora ci aspetta un’impegnativa stagione, che prevede anche titoli in prima assoluta.

Firmi Matteo