Combattiamo con la musica, Beatrice Venezi

La nuova protagonista della nostra rubrica  “Combattiamo con la musica”è Beatrice Venezi, giovane direttrice d’orchestra  di Lucca , classe 1990  studia Pianoforte e Direzione d’orchestra e di diploma a pieni voti presso il Conservatorio di Milano. Autrice del libro ” Allegro con fuoco. Innamorarsi della musica classica” , ora è direttore principale della  “Orchestra Milano Classica” e direttore principale ospite dell”Orchestra della Toscana ” .

1- Dal pianoforte alla direzione d’orchestra, cosa l’ha fatta scegliere per questo ruolo così importante e difficile ?

Direi che è stata una necessità interiore a spingermi verso la direzione d’orchestra. È un’idea nata in me dopo pochi anni che studiavo pianoforte e si è radicata così profondamente che ne ho fatto la strada di vita maestra. Non ci sono nella mia famiglia altri musicisti, quindi non ho subito condizionamenti ambientali, per quanto i miei genitori siano stati sempre presenti e anzi mi abbiano sempre stimolata alla curiosità intellettuale nei confronti della cultura e dell’arte in generale. Ho maturato la consapevolezza che la musica era sicuramente il linguaggio giusto ma quegli 88 tasti non erano sufficienti affinché mi potessi pienamente esprimere, avevo necessità di una tavolozza di colori più ampia, e questa varietà solo l’orchestra la può dare. Perciò la spinta motivazionale interiore è l’unica spiegazione che riesco a darmi; per dirla con il mio Maestro Gaetano Giani Luporini, deve essere stato il demone della musica che ha deciso di dimorare in me.

 

2- Qual’è la sua visione dell ” Direttore d’orchestra”, secondo lei chi è il direttore d’orchestra oggi ?

Un buon direttore d’orchestra è buon leader: deve essere in grado di tirare fuori il meglio dal materiale (musicale in questo caso, ma prima di tutto umano!) con cui si trova a lavorare, essere in grado di creare un bel clima e un gruppo di lavoro coeso, motivandolo, assistendolo, direzionando le energie positive verso l’obiettivo. Deve essere il pilastro – forte e stabile, un punto di riferimento – su cui tutti gli artisti sentono di poter contare. Al di là delle doti musicali, del talento e della preparazione, che sono imprescindibili, è necessario sviluppare quelle doti umane che riguardano l’interazione con gli altri, conciliando controllo e dialogo. Lo strumento di cui il direttore può e deve servirsi per tutto questo è la comunicazione poiché la musica stessa è linguaggio, comunicazione. Credo che ormai la figura del direttore/dittatore sia decisamente passata di moda!

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3- Come affronta lo studio di una nuova partitura ?  Quanto studio preliminare fa prima di entrare nella partitura ?

Ritengo che l’aderenza al testo sia alla base del lavoro di un musicista. Uno studio approfondito della partitura, ma anche biografico rispetto al compositore, del contesto storico-estetico entro cui si esprimeva, consultando tutte le fonti disponibili, è assolutamente necessario. Io cerco di assorbire quante più informazioni possibili, poi le lascio sedimentare in me e, infine, dopo un certo processo che definirei naturale, fisiologico, emergono alla coscienza alcune “epifanie” rispetto al significato di certi passaggi o scelte musicali. Solo a quel punto posso formare una mia interpretazione. È un processo di indagine a metà tra lo scientifico e l’esoterico.

 

4– Lei ha recentemente inciso il cd ” My Journey: Puccini Symphonic Works” , cosa ha significato per lei leggere pagine come ” Scherzo e Trio” nella prima esecuzione orchestrale ?  Secondo lei  chi era Giacomo Puccini ? Il linguaggio musicale di Giacomo Puccini è una tela di mille colori, mille sfumature ma quel linguaggio oggi e da considerarsi moderno ?

Era un uomo estremamente moderno, che intuisce l’importanza di avvicinare il suo pubblico e l’importanza del culto della propria immagine; un uomo curioso ed eclettico, interessato alle altre arti, specialmente quelle visive, da cui si lascia contaminare. E ancora, un compositore che intuisce la modernità e la necessità del pubblico del Novecento di una nuova idea di spettacolarità, ma altrettanto capisce l’importanza della tradizione, la cui conoscenza e consapevolezza è l’unico vero ponte verso l’innovazione. La sua opera è la più moderna per velocità dell’azione drammatica, sensibilità quasi cinematografica della partitura e per questo motivo il suo stile è ancora capace di parlare la lingua della modernità, trovando un filo diretto di comunicazione con il pubblico.Fu poi un orchestratore straordinario in grado di far letteralmente cantare l’orchestra. Questo album dedicato alle sue pagine sinfoniche mira proprio a mettere in luce questo aspetto della sua produzione. Ho scelto di aprire il disco con lo Scherzo per orchestra, il cui Trio è stato ricostruito dal centro Studio Puccini di Lucca e mai inciso prima d’ora in questa forma per il valore musicologico che rappresenta. In questo brano giovanile si sentono l’irruenza tipica della gioventù e del carattere di Puccini ma anche il profondo rispetto e la conoscenza delle forme tradizionali.

5- Questo periodo è orribile per la musica …secondo Lei come cambierà il mondo musicale ? cosa pensa delle rappresentazioni trasmesse via streaming ?

Credo che sia un momento di grande difficoltà ma anche l’occasione per una svolta: c’è bisogno di innovazione e creatività per uscire dalla crisi e trovare una nuova modalità di comunicazione e interazione con il pubblico. Un pubblico che dovrà necessariamente rinnovarsi. Ci sarà probabilmente una sorta di selezione naturale tra coloro che saranno in grado di portare avanti questo cambiamento e chi invece continuerà a pensare secondo i vecchi schemi.

Credo anche che la politica debba finalmente prendere coscienza dell’importanza della cultura nel definire il peso specifico di un popolo, il suo pensiero e il suo modello sociale; prendere coscienza dell’importanza dell’arte e della cultura come fattori di coesione sociale e come asset strategico nel rilancio del Paese, anche in materia di turismo culturale. Il teatro, l’arte e la cultura devono rivendicare il proprio posto.

Quanto allo streaming, credo che la digitalizzazione degli archivi musicali possa ampliare il pubblico e possibilmente rappresentare un indotto importante per i teatri, da allocare sulle nuove produzioni. Ma niente potrà mai sostituire lo spettacolo dal vivo: in streaming non c’è nessuna condivisione, nessuna comunione, nessuna catarsi.

6- Chi è Beatrice fuori dal palcoscenico ? quali sono i suoi hobby ?

Sono una persona curiosa, intuitiva e piuttosto testarda.

Nel poco tempo libero che ho mi piace informarmi e sperimentare ciò che non conosco: amo leggere, visitare mostre, guardare film, e soprattutto viaggiare, specialmente in quei posti che presentano uno stile di vita e una cultura molto distanti dai nostri, sperimentando usi e costumi diversi da quelli a cui sono abituata.

Mi piace fare lunghe passeggiate nella natura e mi dedico allo yoga e alla meditazione, oltre che alla lettura dei testi antroposofici.

Infine, ascolto un po’ di tutto. E’ estremamente importante, nella mia opinione, essere coscienti di tutto ciò che ci circonda; tutto può diventare spunto di riflessione e magari fonte di ispirazione

 

intervista per la webine – ierioggiedomani opera !

Scherzo e Trio, una rarità….

Era il mese di gennaio, e nei miei continui studi sul m°Puccini  mi sono scontrato nel cd My Journey Puccini Symphonic Works , a cura di Beatrice Venenzi e l’orchestra della Toscana dove compariva per la prima volta ” Scherzo e Trio” e la mia curiosità ha fatto si che le ricerche mi han portato alla partitura originale edita per la prima volta da Carus.

una foto della prima versione dello scherzo

In questo lavoro, ho cercato di mantenere la leggerezza della strumentazione dei temi tipica del “giovane puccini” adattandola all’orchestra a fiati.

sito del Editore dove è possibile acquistarla

MINISCORE 

Cecilia Molinari, Mezzo soprano dalle mille sfaccettature

Ecco qui per voi l’intervista che ho fatto alla giovane mezzosoprano Trentina Cecilia Molinari ascoltata con piacere al Teatro Giuseppe Verdi per Lucrezia Borgia

In questa lunga quarantena ho deciso di regalare ai lettori di Ieri Oggi e Domani Opera un
serie di interviste. Per la prima intervista, ho pensato ad una giovane mezzosoprano che
mi ha colpito subito, con il suo colore vocale caldo e pulito. A Trieste ho avuto l’onore di
ascoltarla a gennaio nella Lucrezia Borgia. Cecilia Molinari, Classe 90, nata a Riva del
Garda diplomata in flauto e Canto Lirico .

M: Ciao Cecilia, Grazie per aver accettato l’invito per questa “chiacchierata”.
Cominciamo … come ti sei avvicinata alla musica ? La tua passione per il Canto lirico da
dove e nata ?

C: Grazie a te per avermi invitato. Cantare fa parte della mia vita fin da quando ero
piccola; i miei genitori e i miei nonni prima di loro hanno sempre cantato nel coro
parrocchiale tutte le domeniche e mia zia dirige da più di 40 anni il coro della città di Riva del Garda, il coro Anzolim de la Tor. Quando mia sorella ha cominciato a studiare Canto lirico mi sono avvicinata a questo tipo di vocalità e mi sono trovata subito a mio agio.
M: Cosa ricordi del tuo debutto nel mondo dell’opera lirica ? qual è l’emozione più
grande che hai vissuto calcando i palchi europei ?

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C: Ho debuttato con “il Turco in Italia” di Rossini al Teatro Comunale Mario del Monaco di
Treviso all’inizio del 2015. Di quel periodo ricordo molto bene l’emozione di vivere il Teatro
“dall’altra parte”, il lavoro dietro le quinte, le mattine in sartoria, le prime prove di regia, il
primo Assieme con l’Orchestra, la consapevolezza di far parte di un meccanismo
complesso, delicato e unico.
L’emozione più grande che ho vissuto è stata cantare il finale serio di “Tancredi” al Teatro
Petruzzelli di Bari nel 2018; esalare le ultime battute del giovane Tancredi accompagnate
da quella musica eterna e tragicamente spezzata composta da Rossini è stato molto
toccante.
M : Come ti prepari per un nuovo allestimento ?

C: È fondamentale arrivare preparata, questo significa non solo sapere la parte
correttamente e a memoria, ma anche avere una propria visione del personaggio e una
precisa idea musicale. Chiaramente con l’aiuto del Maestro e del Regista si fa evolvere il
personaggio musicalmente e scenicamente, ma non si può partire da zero, altrimenti ci si
scosta troppo dalla propria natura e si finisce per diventare una marionetta nelle mani
degli altri.
M : Quali sono i tuoi autori preferiti e perché ?

C: Sono estremamente legata a Rossini. Non solo è stato l’autore della prima opera che
abbia mai ascoltato (avevo infatti a casa un bellissimo Barbiere di Siviglia cantato da
Callas, Alva e Gobbi), ma è stato l’autore che mi ha veramente cambiato la vita.
Infatti, quando nel 2015 ho frequentato l’Accademia Rossiniana a Pesaro e ho incontrato
il Maestro Alberto Zedda, ho deciso di dedicarmi alla carriera lirica, abbandonando la
carriera medica.

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M : Nel tuo repertorio oltre alla lirica c’è un bel capitolo di musica sacra e liederistica,
come cambia Cecilia nel repertorio “non operistico “?

C: La musica Sacra ha un posto speciale nel mio cuore, perché mi ricorda gli anni in cui
ho cantato nel coro, le mie radici. La musica da camera mi affascina molto e la trovo
estremamente difficile; bisogna essere vulnerabili per cantare questo tipo di musica. Non
c’è nessun “ruolo”, nessuna “maschera” che ci nasconde, siamo “nudi” e ci vestiamo di
pura melodia.
M: Il flauto …. lo suoni ancora ? Cosa ti è piaciuto del flauto ? É nata prima la passione
per il canto oppure quella per il flauto ?

C: Ho cominciato a suonare il flauto quando avevo sette anni, e mi sono poi iscritta al
conservatorio di Riva del Garda (sezione staccata di Trento) fino a prendere il diploma.
Dello studio del flauto mi è sempre piaciuta l’attenzione costante alla “linea”, la ricerca
della consapevolezza del fiato e l’importanza del respiro. Queste sono solo alcune delle
somiglianze che poi ho ritrovato nello studio del canto.

M: Chi è Cecilia fuori dal mondo teatrale ?

C: Cecilia fuori dal Teatro è una persona che non cerca il dramma a tutti i costi, ma
preferisce lasciarlo sul palco.
M: Come stai vivendo questa quarantena ?

C: Questo periodo di quarantena mi permette di avere del preziosissimo tempo da
condividere con la mia famiglia. Sono momenti speciali, che nella gravità del momento,
riempiono il cuore di gioia e speranza.
M : Il mondo musicale in questo periodo sta vivendo una crisi profondissima, secondo te
come sarà il domani del mondo della lirica ?

C: Non so perché la cultura sia sempre vista come “sacrificabile”. I Teatri sono stati i primi a chiudere e ahimè credo saranno gli ultimi a riaprire. Spero che questa pausa sia anche un momento utile di autocritica e riprogrammazione.
Il mondo del Teatro e della Lirica dovrà cambiare in qualche modo, se non altro da un
punto di vista strutturale; come si sono adeguate le uscite di sicurezza per facilitare il
defluire del pubblico in caso di incendio, non faccio fatica a credere che dovranno essere
fatti alcuni accorgimenti per la messa in sicurezza in caso di emergenza sanitaria.
Mi aspetto anche che, dal momento che l’ipotesi di pandemia è diventata realtà e non si
può escludere che non possa ripresentarsi in futuro, vengano attuate vere misure di tutel ai lavoratori dello spettacolo. Bisogna prepararsi a questo tipo di scenari e non si
possono più mettere in pericolo il lavoro e la dignità di chi vive di Teatro e di Arte.
Come ultimo mi aspetto anche che ci sia un’apertura al mondo tecnologico. Ora che
abbiamo capito tutti come funziona lo “Smartworking”, cosa sono le piattaforme digitali e lo streaming, non si torna indietro, nemmeno nel mondo dell’Opera. Non voglio dare un giudizio negativo o positivo in questa sede, mi limito ad indicare le eventuali tematiche con cui il mondo dell’Opera dovrà scontrarsi nell’era post-pandemia.

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M: Prossimi Impegni musicali ?

C: In piena pandemia, tutti i programmi che avevo restano nell’incertezza. In attesa di
rientrare nella corsa, studio nuovi ruoli, ripasso quelli vecchi e immagino la meravigliosa
sensazione che proverò entrando di nuovo in Teatro.
Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato !

L’elisir del bel canto

Una calda domenica di carnevale vede la seconda rappresentazione de L’elisir d’amore, melodramma giocoso in due atti di Gaetano Donizetti su libretto di Felice Romani. Un impianto scenico snello, una compagnia vocale fresca e giovane, insomma una produzione che già dopo pochi minuti fa intendere all’ascoltatore che sarà un pomeriggio divertente. L’orchestra della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia è in piena forma, il suono caldo abbraccia l’ascoltatore in ogni scena, grazie soprattutto all’ottima lettura del direttore Jader Bergamini che ha saputo regalare allo spettatore una recita di altissima qualità.

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©Michele Crosera

La Regia di Bepi Morassi ha saputo incuriosire e divertire, obiettivo principale della scrittura Donizettiana. Morassi dimostra come  con pochi ma intelligenti accorgimenti si possa rendere moderna un’opera del 1832 senza snaturarne il contesto. Durante la recita in oggetto era in scena il secondo cast: Verona Marini ha saputo con eleganza e raffinatezza dipingere una Adina giovane e innamorata, ottimo il suo timbro vocale sempre intonato e pulito. Nemorino interpretato da Leonardo Cortellazzi ha saputo conivolgere gli spettatori con ottimi doti attoriali, emozionante la sua interpretazione della celebre “Una Furtiva lagrima” che ha ricevuto numerosissimi applausi a scena aperta.

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©Michele Crosera

Il dottor Dulcamara, vero motore teatrale di quest’opera è stato ottimamente interpretato da Francesco Vultaggio, divertente e vocalmente perfetto in ogni suo intervento. Belcore è stato interpretato da Marcello Rosiello, una voce di spessore e una rara capacità attoriale, anche se il personaggio perdeva probabilmente il suo lato più caricaturale. La parte di Giannetta è stata ottimamente interpretata da Arianna Donadelli che ha saputo mettere in evidenza una voce piena e potente , ma allo stesso tempo sfoggiando una leggerezza e freschezza rare.

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©Michele Crosera

L’allestimento scenico era curato da Gianmaurizio Fercioni, il quale ha saputo ben trasmettere l’ambientazione richiesta dalla partitura sempre mantenendo un’altissima qualità. Il disegno luci è stato curato  da Andrea Benetello che ha ben saputo rendere avvolgente e coinvolgente la scena. Il coro del Teatro La Fenice era diretto dal maestro Claudio Marino Moretti e si metteva in luce per l’ottima la pronuncia, molto definita e la cura dell’aspetto meramente vocale. Un allestimento quindi molto premiato dal pubblico presente che alla fine ha omaggiato la compagnia di numerosi minuti di applausi scroscianti.

Matteo Firmi

Venezia, 16 febbraio 2020

Un’ottima lezione di Bel canto !

Trieste, 20 gennaio 2020 –  In una serata piena di tensioni sindacali ha debuttato Lucrezia Borgia, opera di Gaetano Donizetti assente a Trieste dal 1871. L’allestimento, atteso da tanto tempo, è sicuramente, a parere mio e di altri critici locali, uno dei migliori di questa stagione. Gaetano Donizetti dovette scendere a patti con la censura quando, nel 1833,decise di scrivere questa opera, tratta dalla celebre tragedia di Victor Hugo. eK1lJuqLa produzione è nuova ed è una sinergia tra le fondazioni lirico sinfoniche di Trieste, Bergamo, dei Teatri di Reggio Emilia ePiacenza e della Fondazione Ravenna Manifestazioni. Lucrezia Borgia è un opera densa di pathos e azione scenica, molto ben interpretata dalla regia dell’altoatesino Andrea Bernard. La lettura di quest’opera e piena di riflessioni e di domande sulla vita di una donna, di una madre e sulla tragicità deglieventi che essa vive. Le scene di Alberto Beltrame sono molto minimaliste, ma costruite per concentrare l’attenzione sulla tragicità della vicenda. Le luci di Marco Alba caricano lo spettatore di un’ansia che si risolverà solo alla fine dell’opera; veramente efficaci ! L’interpretazione di Roberto Gianola è granitica, solida, impeccabile. Il gesto del direttore guida come un faro orchestra e palcoscenico attraverso una strada difficile, il suo gusto e la sua qualità sono tali da rendere la serata indimenticabile. L’orchestra del Verdi ha sfoggiato un suono di rara bellezza, ricco di sfumature. La compagine corale, guidata da Francesca Tosi, si è ben disimpegnata in tutta la recita.osPU630 La compagnia vede delle prime parti di rara qualità e dei comprimari che ben si destreggiano in ogni nota. Lucrezia Borgia è interpretata dalla brava  Carmela Remigio: le doti attoriali e le capacità vocali sono tali da farle ottenere numerosi applausi a scena aperta.Il tenore rumeno Stefan Pop, nel ruolo di Gennaro, oltre alle doti attoriali molto buone, ha dalla sua una dizione perfetta e una non comune capacità di utilizzo della voce. Nei duetti con il soprano traspare inoltre un’ottima intesa vocale. Cecilia Molinari nella parte di Maffio è una gradevole conferma. Già sentita a Trieste nel 2017 come Rosina nel Barbiere rossiniano,è dotata di dizione e messa di voce perfette, che le consentono direndere al meglio il ruolo in ogni sua sfaccettatura. Convincente,purnon allo stesso livello, Dongho Kim nell’ambiguo ruolo di Don Alfonso: una presenza scenica buona ma una dizione non perfetta rendono l’interpretazione non totalmente soddisfacente. Il pubblico, non strabordante, ha decretato un successo di peso per questo allestimento. Innumerevoli applausi a Roberto Gianola, Carmela Remigio e Stefan Pop. VkukumxPoco chiare le contestazioni alla regia,pervenutesolo dal loggione. Uno spettacolo, in scena fino al 25 gennaio, da vedere a tutti i costi.

La recensione si riferisce alla prima del 17 gennaio. 

Turandot e Aida per l’apertura della stagione lirica

 

Trieste – Un inizio scoppiettante quello del Teatro Verdi di Trieste per la sua stagione di Lirica e Balletto, con le produzioni di Turandot di Giacomo Puccini e Aida di Giuseppe Verdi. Entrambe le opere mancavano dal capoluogo giuliano da molto tempo: l’ultima Turandot fu rappresentata nel dicembre 2005 con la direzione di Daniel Oren, mentre l’ultima Aida nel 2009,Nello Santi sul podio. La serata del 29 novembre scorso ha visto l’inaugurazione della stagione con Turandot, nuova produzione del TeatroVerdi in collaborazione con il Teatro Nazionale di Odessa. L’allestimento,per la regia della coppia Katia Ricciarelli–Davide GarattiniRaimondi, è di stampo tradizionale,con un impianto scenico funzionale allo spazio a disposizione, costruito su due piani:in alto la corte imperiale e sotto il popolo di Pechino. Si tratta di scelte azzeccate, tenuto conto della grande massa corale presente.I costumi, di scarso gusto, sono quelli del Teatrodi Odessa,resi però più vivi dalle sapienti mani di Giada Masi.J0MDRRn Il balletto presente all’interno di questa produzione ha vissuto momenti altalenanti, risultando interessante in alcune scene,in cui conferiva quel tocco in più alla partitura, privando la invece dell’intimismo richiesto in altre.Buona la parte musicale sotto ogni aspetto: l’orchestra del Verdi ha ben saputo portare a termine una partitura complessa, guidata dalle esperte mani di Nikša Bareza,nonostante alcuni momenti molto sbilanciati verso i colori del fortissimo. Il giovane soprano croato Kristina Kolar ha fornito un’ottima interpretazione del ruolo di Turandot, riuscendo a fare suo quell’enorme dolore che ha reso di gelo la principessa. Amadi Lagha, tenore franco-tunisino,è stato un discreto Calaf, dotato di una bella voce che mancava da tanto a Trieste, con l’unico neo del timbro chiaro e dell’emissione aperta nel primo atto, poco adatti a un ruolo drammatico.Desirée Rancatore, una minuta Liù, ha saputo poco a poco conquistare tutto il pubblico triestino; emozionante il suo “Tu che di gel sei cinta”.Buona la presenza scenica e vocale dei tre ministri che hanno“guidato” il principe nel suo cammino. Solidi emolto ben gestiti i protagonisti dei ruoli minori. Il coro della Fondazione ha avuto il supporto del coro dell’Opera di Odessa e, purtroppo,le differenze tra la vocalità italiana e quella ucraina si sono fatte sentire.Un plauso va sicuramente al Maestro Tosi, che ha ben saputo dirigere il folto gruppo. Impeccabile la presenza del coro di voci bianche I Piccoli Cantoridella città di Trieste,preparatoegregiamente da Cristina Semeraro.

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Passando invece alla prima recita di Aida, tenutasi il 1° dicembre, sembra che questa produzione soffra di qualche problema sia dal punto di vista musicale che da quello scenico.E’ tuttavia doveroso elogiare lo sforzo produttivo compiuto dalla Fondazione,che ha visto l’orchestra rientrare in Italia solo durante la prima settimana di novembre, dopo una tournée di successo in Giappone. La regia, sempre affidata al duo Ricciarelli – Garattin iRaimondi, spesso non ha convinto del tutto, dando l’impressione di uno spettacolo ancora in evoluzione, a tratti privo dell’approfondimento drammaturgico che il capolavoro verdiano esige.Tra i numerosi balletti previsti, spicca quello del secondo atto per la fulgida performance della prima ballerina. La parte musicale ha visto trionfare senza alcun dubbio tutta l’orchestra della Fondazione,le trombe egizie e le numerose entrate della banda fuori scena, dirette dal Maestro Fabrizio Maria Carminati. Buona la sua interpretazione, anche se spesso la scansione metronomica non era totalmente sicura e stabile. 5USualJSvetlana Kaysan ha delineato un’Aida sicura, dalla vocalità di ampio respiro e ottima musicalità. Gianluca Terranova si è disimpegnato nella parte al massimo delle sue potenzialità, anche se sotto l’aspetto vocale il suo Radames non ha soddisfatto totalmente. Affascinante e interessante l’Amneris di Anastasia Boldyreva: ottima vocalità e bellissima presenza scenica, il giovane mezzosoprano russo ha saputo attrarre a sétutta l’attenzione del folto pubblico nel terzo e quarto atto, raggiungendo momenti di alta intensità interpretativa. Buono il rendimento di Andrea Borghini, solidala voce di Cristian Saitta nel ruolo di Ramfis. Ben interpretati i ruoli minori.

Il pubblico Triestino ha applaudito con vigore, con numerose chiamateal proscenio sia per Turandot che per Aida. Un impegno di certo oneroso per la Fondazione giuliana, ma ricambiato dalla città con entusiasmo e  numerosi telespettatori (entrambe le opere sono state trasmesse in diretta dall’emittente locale). Il Giudizio complessivo su queste due produzioni è più che discreto; ora ci aspetta un’impegnativa stagione, che prevede anche titoli in prima assoluta.

Firmi Matteo

Antonio Di Pofi – Le Nozze di Leonardo

Trieste, 30 ottobre 2019 – Il teatro Verdi di Trieste è attualmente impegnatosu due fronti: l’importante tournée in Giappone, dove un fortunato allestimento di Traviata sta ottenendo grandi successi,e la produzione della nuova opera Le Nozze di Leonardo, commissionata al compositore Antonio DiPofi per la stagione “Da 0 a 100 …& Più”, su libretto scritto a due mani da Giuseppe Manfredi e Guido Chiarotti. La regia è affidata a MorWcIeULeena Barcone,i costumi ad Andrea Binetti, mentre lescenografie,reali e virtuali,sono a cura di Federico Cautero per 4 D0D0. L’allestimento vede impegnate cinquevoci e un ensemble ridotto dell’orchestra della Fondazione.

 

 

La Trama dell’opera si snoda attraverso una lunga e costante riflessione sulla figura di Leonardo all’interno della realtà milanese del 1490. Yo94o2SLa compagnia vocale è formata da Tonia Langella nel ruolo diCecilia Gallerani, NicolòCerianiin quello di Bernardo Bellincioni, Miriam Carsana come Beatrice d’Este,Claudia Urruquale Isabella d’Aragona e la triestina Ilaria Zanetti nel ruolo di una servetta di corte. La direzione dell’orchestra è affidata ad Andrea Certa, che svolge il proprio compito con gesto sicuro e chiaro . I cantanti hanno ben saputo interpretare una partitura molto complicata, dal linguaggio a metà tra il classico  e il contemporaneo. Un gran plauso a NicolòCeriani, che con una vocalità piena e calda riempie tutto il teatro: il suo ruolo si rivelaindispensabile per riuscire a portare avanti una storia a dir poco complicata. Interessante la presenza di Tonia Langella, che da subito fa intuirela sua ottima preparazione vocale e teatrale. La musica composta da Di Pofi, pur scritta in modo magistrale,non riesce ad arrivare all’ascoltatore, che spesso rimane sospeso tra un testo di denso significato e una musica poco melodica. L’elaborato è davverointeressante, ma la complessità ètale da renderne l’ascolto molto difficile. Il Libretto è perfettamente abbracciato alla drammaturgia dell’opera, complessa e di difficile lettura . Morena Barcone e Andrea Binetti riescono nel migliore dei modi possibili a esprimere un ideale di opera moderno e attuale. Meravigliosii costumi di Binetti, che riesce a rendere viva la celebre Dama con l’ermellino. Le scene di Federico Cautero dovrebbero essere il punto di forza di questo spettacolo, ma la tecnica della tridimensionalità, puraiutando lo spettacolo,non lo rende cosìunico come viene pubblicizzato. In conclusione, questa nuova produzione possiedenumerosibuoni spunti e una tecnica compositivo-drammaturgica veramente di alto livello, ma siamo sicuri che riuscirà ad arrivare alle orecchie e alla “pancia” del pubblico in sala? La compagine artistica impegnata nell’opera trasmette passione e voglia di fare bene, ma sono sufficientiper un successo pieno?

Libretto

 

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Carmen – Teatro Verdi di Trieste

Nel giorno della Festa Europea della Musica la Fondazione Lirica triestina festeggia con la prima rappresentazione di Carmen di Georges Bizet. Un allestimento di stampo tradizionale, forse troppo, quello messo in scena a Trieste, dove l’impostazione scenica non ha mai convinto totalmente il pubblico. L’orchestra, guidata dal Maestro Oleg Cateani, ha reagito bene a una direzione altalenante e priva di gioia. Valido il suono dell’Ouverture, dove l’orchestra ha fornito una buona lettura di questa pagina nota a tutti. La direzione di Caetani è poco convincente, mancante di quei colori che Bizet prescrive con cura in ogni dettaglio. Un intervento estemporaneo si è manifestato alla fine del primo atto, quando dal loggione uno spettatore ha gridato “Sveglia Direttore!”.

©️Fabio Parenzan

Buono il lavoro di Alessandra Polimeno e Carlo Antonio de Lucia su luci e scene, di stampo tradizionale ma curate in ogni dettaglio. Lavoro certosino quella della costumista Svetlana Kosilova, che riesce a costruire un’ambientazione molto convincente. La vera punta di diamante di questo allestimento è Ketevan Kemoklidze, mezzosoprano di peso, dalla voce calda e suadente, che dà vita a una Carmen elegante e molto femminile, sentita nell’animo.

©️Fabio Parenzan

Gaston Rivero, nei panni di Don Josè, fornisce un’interpretazione buona, anche se un forse po’ ingessata. Cantante molto preparato (si segnala la smorzatura del si bemolle nella “Fleur”), il colore della sua voce ben si addice a un personaggio strano e oscuro quale il protagonista maschile dell’opera. Buona la prestazione di Domenico Balzani nel ruolo di Escamillo: una prova, la sua, piena di vitalità e disinvoltura. Ottimo il suo “Toreador”, dove dimostra di sentirsi totalmente a proprio agio.

Micaëla è interpretata divinamente da Ruth Iniesta, che conferma qui le proprie grandi abilità tecniche: la sua voce limpida e chiara ha ben saputo dipingere un personaggio che appare ambiguo e forse meritevole di maggior peso registico.

Convincenti le prove di Rinako Hara (Frasquita) e Federica Carnevale (Mercedes) nella difficile scena delle carte. Buone anche le prove di Carlo Torriani e Motoharu Takei quali contrabbandieri e di Fulvio Valenti e Clemente Antonio Daliotti, rispettivamente Zuniga e Morales. Ottima prestazione quella del coro di voci bianche “I Piccoli Cantori della Città di Trieste”, diretti dal Maestro Cristina Semeraro. Le coreografie di Morena Barcone, che nel corso della stagione ha già dimostrato la propria professionalità, hanno spesso saputo rendere interessanti quei momenti in cui l’allestimento risultava fiacco. Il coro della Fondazione, diretto dal Maestro Francesca Tosi, si è ben disimpegnato all’interno dell’opera.
Una Carmen, quella della Fondazione triestina, di stampo prettamente tradizionale, dalla regia lenta e con scarso vigore.
La stagione non si conclude così, bensì con una nuova produzione di Follie al principato, in scena dal 16 luglio con la coppia Binetti-Zanetti.
L’11 luglio si attende invece la presentazione della prossima stagione, che, come già annunciato, si aprirà con Turandot di Giacomo Puccini.

Matteo Firmi

Trieste, 21 GIUGNO 2019

Il potere delle voci

La Società dei Concerti di Trieste investe sul canto corale

Trieste – 27 marzo 2019. Una serata interamente dedicata al canto corale è quella che la Società dei Concerti propone al pubblico del Teatro Verdi. Sul palcoscenico si sono alternatiil Gruppo vocale Vikra della Glasbena Matica,diretto dalla M° Petra Grassi, e il coro Clara Schumann, diretto dalla M°Chiara Moro.Adaccompagnare queste due compagini corali le pianiste Carolina Pèrez Tedesco per il coro Schumann e Martina Salateo  per il gruppo Vikra . Il programma del concerto prevedeva nella prima parte il coro Schumann, con due pagine del tardo Ottocento come i Lieder und Gesängedi Gustav Mahler e una selezione da Folk songs of the Four Season di Ralph Vaughan Williams. Le pagine scelte, di grande interesse, sono state ascoltate con passione dal pubblico presente in sala. I colori del coro tuttavia erano non troppo ben definiti e la lunghezza dei brani proposti non ha aiutato le coriste. Buona la direzione della M° Chiara Moro, che ha saputo infondere tranquillità e sicurezza a tutto il coro. Molto ben preparata e di alto livello la pianista accompagnatrice Carolina PèrezTedesco.

Dopo la breve pausa la serata è proseguita con il Gruppo vocale Vikra, della Glasbena Matica di Trieste. Il repertorio scelto è stato vasto e di forte interesse. Grande la ricerca di autori autoctoni e raramente eseguiti, ottima la leggiadria dei brani di Marij Kogoj (specialmente Kaj ne bila bi vesela!). Interessante e articolata la prima esecuzione assoluta di Sklepna pesem di Patrick Quaggiato(con l’autore presente in sala), basata su una poesia di Ciril Zlobec. Ottima la scelta di far recitare il testo (ammaliante la voce di Nikla Petruška Panizon) nella traduzione italiana di Miran Košuta, pulito e chiaro il suono del violinista Janez Podlesek. Il brano di Quaggiato è denso di significato e le voci di Vikra sono riuscite a tessere una tela piena di colori. La grande peculiarità di questa seconda parte è stata la limpidezza e profondità sonora: i brani Zimska e Prekmurska sono sembrati “pelle” del coro. Ottima ed elegante la presenza della pianista Martina Salateo, che ha saputo rafforzare le tinte di un quadro che era già bello. Dopo una parte in lingua slovena si è passati al dialetto locale: le Tre Canzoncine Triestine di PavleMerkù,su testi di Claudio Grisonich, sono un vero e proprio gioco umoristico. Le ragazze del gruppo corale sono riuscite a descrivere dettagliatamente tre istantanee della Trieste deglianni Settanta. Il brano scelto per la chiusura è il Magnificat del compositore sloveno Ambrož Čopi, un brano di una complessità ben equilibrata, denso di complicati incastri tra tempi composti, parti corali e accompagnamenti pianistici. Il gruppo vocale Vikra ha saputo portare all’interno di questa seratainterculturalità, professionalità e qualità. La direzione della M°Petra Grassi è risultata passionale e molto chiara e il pianoforte di Martina Salateo,delicato e leggero,perfetto per questa compagine corale. Una serata interessante, che ha dimostrato la grande potenzialità di questa città piena di musica e amante della musica, dove la qualità è presente e radicata nei geni dei suoi abitanti.

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Matteo Firmi

Butterfly, una serata cinematografica

Trieste, 12 aprile 2019 – Giacomo Puccinifu senza nessun dubbio l’ultimo vero operista italiano. La sua Madama Butterfly nacque nel 1903 e fu rappresentata per la prima volta tra Carnevale e Pasqua del 1904. Il libretto, scritto dall’accoppiata Illica eGiacosa, si basa sull’omonimatragedia di David Belasco. cWmvD5b.jpgLa FondazioneTeatro Lirico Giuseppe Verdi,dopo cinqueanni di assenza,ripropone questo titolo al pubblico con una nuova produzione. La prima sensazioneèquella di essere trasportatiin un film deglianni Quaranta, con colori tenui, un impalpabilevelo a regalareil giusto effetto rétro, minimalismo allo stato puro, però con grande attenzione al dettaglio. Il team creativo di questo allestimento è formato da Alberto Triolae Libero Stelluti alla regia, Emanuele Geniuzzi e Stefano Zullo alle scene, Sara Marcucci ai costumi e Stefano Capra alle luci. Sin da subito il pubblico può percepire che si trattadi un lavoro sentito, preparato con estrema cura per ogni dettaglio e in grado di creare quella magiachea Trieste mancava da tanto tempo. Il direttore d’orchestra per questo allestimento è Nikša Bareza, che con maestria ed esperienza riesce a tirar fuori il meglio da tutti:ottimele dinamiche, ottimoil dialogo continuativo tra cantanti e orchestra, eccellentela sua interpretazione.Veniamo quindi alla compagnia di canto: Liana Aleksanyan, conla sua presenza scenica,è riuscita a tenere vivo il dramma vissuto dalla protagonista;un’interpretazione in continua crescita, che trova il proprio apice nel terzo atto. Buona la celebre Un bel di Vedremo. Piero Pretti indossa i pannidell’americano Pinkerton con solidatecnica, manca però di volume. Stefano Meoè uno Sharplessdi alta levatura artistica:ogniintervento è interpretato con passione e voce dotata ditecnica, volume e molteplici sfumature. E la Suzuki di Laura Verrecchianon è da meno:anche lei un’ottima interprete che ha ben saputo contribuire alla magia di questo allestimento. Leggeroed efficace il Goro di Saverio Pugliese,vocalmente ben preparato e di ottime potenzialità. I comprimari si disimpegnano bene nei rispettivi ruoli. Buona la prestazione del Coro, preparato dalla MaestraFrancesca Tosi.Il pubblico ha accolto questo allestimento con entusiasmo, applausi convintie numerosechiamate al proscenio per gli interpreti.

 

Matteo Firmi

Il Castello Incantato , modernità e tradizione

Trieste – Il Teatro Verdi di Trieste sta cominciando un lavoro che lascia molto ben sperare.In un periodo in cui i giovani si  allontanano dal teatro, la direzione ha deciso, in modo molto coraggioso, di puntare su di loro. Il percorso iniziato un paio di stagioni fa con le opere in un atto egli incontri con le scuole sta proseguendo e la scorsa settimana ha debuttato la fiaba musicale Il Castello Incantato del compositore bolognese Marco Taralli,su libretto di Fabio Ceresa e ispirata al Soldatino di Stagno di Hans Christian Andersen. Comporre un’opera nuova in questo periodo storico è sempre un grandissimo azzardo, ma devo dire che Taralli lo vince! L’opera, della durata di un’ora e mezza, è un concentrato di linguaggi nuovi e ricordi del passato. Costruita per i più piccoli, fa tornare piccolo anche chi la gioventù non se la ricorda più. Melodica ma allo stesso tempo innovativa, quest’opera abbraccia linguaggi romantici, tecniche compositive del Novecento e rimembranze pucciniane. Unica osservazione, un‘ouverture che forse avrebbe potuto funzionare di più se fosse stata più breve:  i quasi dieci minuti la rendono difficile all’ascolto, ma sin dalla prima nota della prima scena lo sguardo dello spettatore è letteralmente stregato dal palcoscenico. La compagnia di canto vede un ottimo MotoharuTakei interpretare un magnifico Piombino ed una elegantissima Cler Bosco ballare per tutta l’opera nel ruolo di Stella. Il cattivo della vicenda, Jack in the box, interpretato da Andrea Binetti,è un personaggio denso di pensieri, cattiverie e gelosie,che si trasforma in un pupazzo molto buono e docile.Interpretazione interessante quella di Binetti, che sfoggia un bel timbro vocale. Le tre bamboline Brunetta, Rossella e Biondina portano subito alla mente dell’ascoltatore il trio di Turandot: ottima la loro performance vocale e divertente quella scenica. Il Folletto Fiordarancio, collante tra tutti i personaggi della storia,è ben interpretato da Paolo Ciavarelli. Selma Pasternak ha invece il difficile compito di creare la “magia del Natale” e grazie a un’ottima resa vocale ci riesce veramente. La regia e le scene di Francesco Esposito trasportano il piccolo (e grande) pubblico all’interno di magico film Disney.fZICRRRRRRRRRRRRRRRRRRRbnN I ragazzi presenti sul palcoscenico nei ruoli dei giocattoli sono guidati dalle splendide coreografie di Morena Barcone. L’orchestra, anche in questo caso, sfoggia le sue ottime maestranze in una partitura che richiede molteplici colori. Buona la direzione del giovane TakayukiYamasaki, già presente a Trieste nella produzione de Il segreto di Susanna di Wolf Ferrari. Chiudo questo mio scritto con l’auspicio che questo allestimento de Il Castello Incantatopossa trovare spazionella stagione della “grande lirica”, perché ne ha tutte le caratteristiche. Un’opera che dovrebbe essere rappresentata spesso, sia perché è bella, sia perché questo cast è riuscito a trasmettere la gioia di fare teatro.

La recensione si riferisce alla recita di martedì 18 febbraio.


Firmi Matteo

Dopo 36 anni il Principe Igor ritorna a Trieste

Trieste, 8 febbraio 2019- Assente da Trieste da 36 anni, il PrincipeIgor è un opera di Aleksandr Porfir’evičBorodin, completata e strumentata da Rimskij – Korsakov e Glazunov. La versione proposta a Trieste è quella in un prologoe tre atti, nell’allestimento delTeatrodell’Operadi Odessa. La produzione è di stampo nettamente classico,con le scenografiedi Tatiana Astafieva, molto sempliciebasate su tele dipinte, che, pur sembrando a prima vista elementari,nell’economia generale dell’allestimento risultano effettivamente convincenti. La regia di Stanislav Gaudasinsky, ripresa da Paolo Koshka, è molto didascalica. ygNYlOfLe luci di Yuri Vasyuchenko si possono, ahimè, definire banali. Un grande plauso va a tutta l’orchestra della Fondazione,che è riuscita ottimamente a gestire una partitura di non facile lettura: emozionante, in particolare, l’esecuzione delle danze polovesiane del secondo atto. Igor Chernetski, nelle vesti di maestroconcertatore, è riuscito nel difficile intento di rendere agibile a tutti una partitura molto complessa. Il coro,con il rinforzo del coro dell’Operadi Odessa, è riuscito molto bene a cambiare colore, passando dalla maestosità delle voci maschilialla leggerezza unica di quelle femminilie dipingendo a dovere il secondo atto. Il Principe Igor è stato interpretato da AlexeyZhmudenko, voce bella che ha saputo attrarre l’orecchio di tutto il pubblico,destreggiandosi bene  sul palcoscenico. stC7oOcLa principessa Jaroslavna, con la voce di Anna Litvinova, ha convinto molto nella seconda parte del primo atto, mentre nel complesso è risultatapiuttosto discreta.Accattivante il tenore Vladislav Goraynel ruolo del figlio di Igor. La strana coppia Eroska e Skulá, dalla comicità vagamente anni Trenta, è sembrata molto divertente.Chi si è avvicinato a quest’opera senza essere preparato l’avrà sicuramente trovata eccessivamenteimpegnativa e di difficile ascolto;affidandosi invece alla musica (e con un sano aiuto del libretto!)  siriesce a tirare le fila diuna storia complessa e forse mal costruita. L’allestimento delprologo e delprimo atto è molto elementare, mentre dal secondo atto è interessante e godibile. Magnifico il balletto: la coreografia a cura di Yuri Usherenko è una vera e propria boccata d’aria in un’opera che non riesce a trasmettere quella liricità cuilo spettatore italiano è abituato. Proporre un titolo del genere è stato chiaramente un azzardo, che però si può senza dubbio dire vinto. Il pubblico presente in sala ha applaudito vigorosamente una compagnia vocale solida, ben collaudata e molto convincente. Prossimo appuntamento, il Castello Incantato di Marco Taralli.

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M.F

Nabuccodonosor e Trieste

Nabucco è una delle opere che più compare nei cartelloni delle stagioni liriche e anche Trieste, dopo soltanto tre stagioni, ripropone questo grande classico verdiano.L’allestimento messo in scena è del Teatro Ponchielli di Cremona in coproduzione con il Teatro Grande di Brescia e il Fraschini di Pavia. La regia di Andrea Cigni, ripresa da Danilo Rubecca è sembrata sin da subito di vecchio stampo: nessuna scelta azzardata per introdurre qualcosa di nuovo che potesse dare respiro.

©️Fabio Parenzan

Le Scene ideate da Emanuele Sinisi sono ben pensate per questo allestimento, anche se le luci di Fiammetta Baldisserri non le hanno valorizzate. I costumi, curati da Simona Morresi con la consulenza di Veronica Pattuelli, sono sembrati funzionali alla costruzione scenica, pur risultando piuttosto cupi. Christopher Franklin, giovane direttore americano, dimostra grinta e aggressività nella direzione della serata. Il suo gesto, seppur molto chiaro anche dalla platea, non aiuta l’orchestra a trasmettere la sua idea musicale. L’interpretazione dell’opera è sembrata poco coerente con la partitura, la scansione metronomica della sinfonia non ha convinto chi scrive. Giovanni Meoni ha sfoggiato naturalezza e maestria nell’interpretare un Nabucco sentito profondamente nell’animo, nonostante qualche imprecisione negli acuti.

©️Fabio Parenzan

Amarilli Nizza, nel ruolo di Abigaille, non ha convinto totalmente né per quanto riguarda l’aspetto musicale, né per quello scenico.Vocalmente i suoi interventi nei primi due atti sono apparsi insicuri, mentre nei restanti due si è notata una crescita costante.

©️Fabio Parenzan

Riccardo Rados, il giovane tenore che ha interpretato la parte di Ismaele, è una voce interessante, che chi scrive spera di rivedere a Trieste in ruoli di maggior prestigio. Nicola Ulivieri è una garanzia: basso di vocalità piena, ha ben saputo interpretare il ruolo di Zaccaria. Insomma, in una sola parola, bravo! La giapponese Aya Wakizono è riuscita a destreggiarsi bene nella parte di Fenena, elegante, con un ottimo strumento vocale. I ruoli minori di Abdallo (Andrea Schifaudo), Anna (RinakoHara) e Il Gran Sacerdote di Belo (Francesco Musinu) sono stati tutti resi discretamente. Il coro diretto dalla M° Francesca Tosi ha ben saputo interpretare il celebre “Va, pensiero”,con calore e passione mentre in altre note pagine quali “Gli arredi festivi” non è stato in grado di convincere chi scrive. Un allestimento che non rimarrà nella storia, ma funzionale e ben strutturato. A fine spettacolo il pubblico ha tributato numerosi applausi.

Matteo Firmi

Trieste, 18 gennaio 2019