Anna Netrebko a Vienna, Tosca on air

La stagione delle opere in streaming continua e le nostre recensioni in miniatura (“miniatura” perchè lo streaming trasmette in minima parte quello che è uno spettacolo dal vivo) sbarcano a Vienna con una Tosca nello storico allestimento del 1958 con la regia di Margarethe Wallmann e le scene e i costumi di Nicola Benois.

©Wiener Staatsoper / Michael Poehn

Lo spettacolo sin dal alzata di sipario è suggestivo nella sua iper-tradizionalità, anche se ovviamente la recitazione dei solisti è lasciata un po’ alla bravura degli interpreti, come avviene spesso in queste produzioni di repertorio che fanno parte del calendario usualmente frenetico della Staatsoper. Osservando il comparto musicale, la qualità delle voci è senza dubbio indiscutibile con Anna Netrebko nel ruolo di Tosca, Yusif Eyvazov in quello di Mario Cavaradossi e Wolfgang Koch in quello del barone Scarpia. 

©Wiener Staatsoper / Michael Poehn

Anna Netrebko disegna una Tosca passionale, veemente, con grande foga vocale e teatrale, risultando vincente nello sviluppo del personaggio da primadonna vezzosa nel I atto a eroina tragica negli altri due, cogliendo in pieno l’emozionante momento del “Vissi d’arte”. Al suo fianco Yusif Eyvazov veste i panni di un Mario Cavaradossi dal bel piglio eroico e giusto abbandono nelle sue arie, “Recondita armonia” ed “E lucevan le stelle”. Ritroviamo dopo il Falstaff in streaming da Monaco di Baviera, Wolfgang Koch, nel personaggio ben diverso di Scarpia, che gli si addice certamente di più, come si evince anche dall’incisività data al “monologo” che apre il II atto. 

©Wiener Staatsoper / Michael Poehn

Ottimo il comparto dei ruoli di fianco: Andrea Giovannini (Spoletta), Mikhail Kazakov (Un carceriere), Evgeny Solodovnikov (Cesare Angelotti), Wolfgang Bankl (Sagrestano) e Attila Mokus (Sciarrone). 

La direzione musicale di Bertrand de Billy disegna una fotografia dalle tinte non sempre perfettamente delineate, che talvolta appesantiscono la linea. Unica però è la concentrazione musicale dei Wiener Symphoniker che grazie all’ottimo feeling con la bacchetta rendono il finale dell’atto secondo una vera e propria scena da film. I colori che l’orchestra è riuscita a esprimere all’inizio del terzo sono intensi, i pianissimi e i mezzi piani riescono a  far riflettere l’ascoltatore sulla bellezza della vita così come Puccini voleva: l’alba di Roma che si fonde con lo stato d’animo di Mario Cavaradossi, che con lo sguardo volto al passato scorre con nostalgia i momenti felici della sua esistenza. La musica pucciniana è riuscita a far emergere tutta la passione del far musica insieme. Un allestimento sentito, una serata riuscita. 

Matteo Firmi e Francesco Lodola

recensione per Ieri oggi e domani opera !

Chiacchierata con Riccardo Radivo : Voce ai tecnici dello streaming

Le difficoltà del Covid impongono sempre più musica in formato “streaming”, ma spesso noi addetti del settore non conosciamo le difficoltà di chi riprende e organizza i nostri eventi on line. Per questa intervista ho pensato alla 2R Studio produzioni musicali che nei anni è diventata partner del concorso pianistico internazionale Busoni di Bolzano. In questi giorni abbiamo chiacchierato Riccardo Radivo CEO dell’azienda, che si occupa anche della regia televisiva delle loro produzioni

Ciao Riccardo e grazie della tua disponibilità di chiacchierare con noi, di cosa si occupa la tua azienda ? 

Innanzitutto grazie a te Matteo di questa chiacchierata e vengo subito al dunque. La mia ditta si occupa di produzioni audiovisive e di live streaming. Siamo specializzati nella produzione di musica classica sia solistica che cameristica, fino ad arrivare alla musica sinfonica o operistica. Oltre alla produzione audio/video  abbiamo un’etichetta digitale che produce CD distribuendo il prodotto in oltre 200 piattaforme digitali nel mondo. Collaboriamo con artisti, case discografiche, teatri e concorsi musicali internazionali come ad esempio il Busoni Piano Competition di cui  proprio in questi giorni stiamo curando la selezione internazionale con il Glocal Piano Project, coordinando 23 paesi assieme alla Steinway&Sons. Un progetto molto complesso che ha visto 97 candidati affrontarsi in 23 paesi differenti con delle registrazioni audio video di altissima qualità con la regia appunto dalla 2R Studio Produzioni Multimediali. 

Quali sono le difficoltà più grande che trovate nella produzione di un concerto in streaming ?

Mi verrebbe da dire l’ignoranza prima di tutto, la chiusura mentale e l’impreparazione tecnica della maggioranza dei teatri italiani. La poca ricerca di qualità nello streaming avviene affidando a pseudo professionisti che si improvvisano nel campo musicale che invece richiede qualità, peculiarità e profonda conoscenza della musica. Ma non c’è l’idea principale di investimento in questo settore, in Italia ovviamente, mentre all’estero qualsiasi sala da concerto è fornita quantomeno di un collegamento con banda larga per poter gestire questo tipo di eventi. Mi ricorderò sempre, dovevamo fare una produzione con Martha Argerich per l’inaugurazione di un Teatro appena restaurato. Appena arrivammo vidi “l’armadio” di fibra banda larga proprio fuori della porta del tetro e pensai “siamo a cavallo”. Mi collegai e riscontrati con stupore che all’interno del teatro avevano una linea ADSL normale a 7 mega contro i 100 mega di una banda larga…chiesi spiegazioni e mi dissero che non ci avevano pensato, che per loro l’ADSL per gli uffici e la biglietteria era sufficiente. Per fortuna avevamo con noi i nostri modem LTE e riuscimmo a trasmettere l’evento in tutto il mondo e non solo, essendo il teatro sold out facemmo rimbalzare il segnale in due cinema cittadini per accontentare e permettere a tutti i cittadini di poter vedere questo concerto straordinario.  A Vienna, per fare un altro esempio, hanno un mega schermo di 54mq  in piazza che trasmette tutto quello che accade all’Opera di Vienna, qui in Italia ti dicono che se fanno così nessuno poi viene in teatro a vedere i concerti o l’opera dal vivo, non riescono proprio a capire che qualsiasi divulgazione tecnologica della musica porterà più persone all’interno di un teatro ad assistere ad uno spettacolo dal vivo. La paura, e come detto l’ignoranza di ciò che non si conosce porta le dirigenze di teatri a fare scelte chiuse, vecchie e conservatrici che li taglieranno fuori dal mondo musicale che sta e deve cambiare.

Cosa pensi della grande diffusione di questo tipi di eventi ? Fanno bene o danneggiano la musica ? 

La musica in generale ma soprattuto la classica ha bisogno di qualità, avvicinarsi il più possibile ad un suono e a delle immagini reali, le produzioni di bassa qualità danneggiano terribilmente sia la musica che gli operatori tecnici di questo settore. Ma anche qui la poca lungimiranza dei direttori artistici di festival e teatri che pur di risparmiare affidano a incompetenti la realizzazione di questi spettacoli on line con un suono orribile e immagini e regia da dilettanti. Purtroppo anche uno Stato assente dal punto di vista culturale ed economico non aiuta le casse già magre dei teatri o associazioni che spesso sono costrette a trovare dei compromessi che a mio avviso fanno più danni che altro.

Nella produzione di un evento audiovisivo, quanto importante è l’analisi delle partiture ? 

Direi fondamentale, fondamentale per noi che siamo già nel campo da anni e conosciamo a memoria tutto ciò che succede in un concerto per pianoforte ed orchestra ad esempio, figuriamoci l’importanza per i meno esperti che hanno conoscenze più limitate. Senza partitura scendiamo sull’improvvisazione che è l’antitesi di professionalità.

Cosa deve aspettarsi un giovane esecutore da un evento “on line” ? 

I giovani artisti sono il nostro futuro sono gli unici a poter capire l’importanza di questi eventi, ma, non mi stancherò mai di ripeterlo, dobbiamo dare loro la qualità altrimenti fanno bene a rifiutarsi di fare concerti on line. Altra cosa importante il concerto on line all’artista deve essere riconosciuto come un vero e proprio concerto con lo stesso identico cachet. Qui in Italia ho sentito molti artisti lamentarsi che i direttori artistici pretendevano il concerto gratuito perchè on line e privo di pubblico in sala, anche questo frutto di una mentalità retrograda che molte dirigenze musicali ahimè hanno. 

 Grazie Riccardo per il tempo che ci ha regalato e per aver raccontato un po del “dietro le quinte” di questo tipo di eventi.

Matteo Firmi

PASSIONE E DINAMISMO PER UN BEETHOVEN LIGURE

Proseguono le attività in streaming dei teatri italiani: dopo la Petite Messe Solennelle di Rossini dal teatro “La Fenice” di Venezia tocca a “Omaggio a Beethoven” dal teatro Carlo Felice di Genova. La serata diretta dal maestro Francesco Ivan Ciampa vede le celebri “Egmont Ouverture”, “Coriolano Ouverture op. 62” e la settima sinfonia in la maggiore op. 92. Francesco Ivan Ciampa guida l’orchestra ligure con passione e raffinatezza: i suoi gesti risultano sempre eleganti e dettagliati, ogni movimento è una pennellata di un quadro dai mille particolari. La musica degli orchestrali della fondazione genovese è stata curata in ogni passaggio: nell’Ouverture da Egmont il suono dei clarinetti e degli oboi era aggressivo ma mai volgare, nel pianissimo iniziale gli archi risultano leggeri, il crescendo orchestrale appare fluido e lineare. “Coriolano” ha messo in risalto la liricità dell’amalgama sonora, le dinamiche di tutta l’Ouverture erano bilanciate con gusto. Interessante il suono molto nitido della sezione dei fagotti. La settima sinfonia ha convinto in ogni movimento: la freschezza dell’allegro del primo e la passione e la drammaturgia del secondo hanno emozionato anche a distanza; nel terzo e quarto movimento il direttore e l’orchestra sono apparsi in piena sintonia. Lento e quasi impercettibile il calo di pulsazione ritmica nella parte finale del quarto movimento. Un concerto forte, sentito, passionale che fa restare attaccati alla poltrona.

Petite Messe Solennelle, Teatro “La fenice”

Per festeggiare la madonna della salute, il teatro “La Fenice” di Venezia esegue la Petite Messe Solennelle di Gioacchino Rossini nella modalità “On line”. Il cast oltre al coro della fondazione  (oggi nella formazione ridotta)  diretto dal maestro Marino Moretti, nella veste solistica  Carmela Remigio per la parte di soprano, Cecilia Molinari per la parte di Contralto, Antonio Poli per la voce di Tenore e Alex Esposito per la voce di Basso. L’esecuzione della messa è eccellente, la massa corale curata in ogni dettaglio ed in ogni momento il colore del coro rispettava il testo sacro. Carmela Remigio emoziona i 1450 spettatori durante il Crucifixus, colore vocale e intensità portano l’ascoltatore a momenti di riflessione unici. Cecilia Molinari è una giovane promessa, ogni sua lettura rossiniana è densa di passione e sentimento. Ottimo il “Gratias”, dove la squisita amalgama vocale con le voci maschili e una limpidezza vocale fanno venire la pelle d’oca anche a molti chilometri di distanza. Il suo “Agnus Dei” è semplicemente perfetto. Il Tenore Antonio Poli  regala leggerezza e potenza nel celebre Domine Jesu, e una perfetta combinazione nei momenti d’assiemeAlex Esposito si disimpegna egregiamente nella lettura, il colore molto ben definito della sua voce regala quella profondità  spirituale che questa partitura è piena. Ad accompagnare questo ensemble vocale d’eccellenza sono Alberto Boischio e Raffaele Centurioni che interpretano queste pagine con ricchezza e religiosità. La parte dell’harmonium affidata a Roberto Brandolisio è sembrata un po debole di potenza sonora e di dinamiche, ma problematiche che sicuramente sono da affidare al web e non di  certo allo strumentista che ha eseguito ogni piccolo dettaglio della pagina rossiniana. L’ultimo numero della messa è “Agnus Dei” ha commosso ed emozionato, Intensità, religiosità, densità vocale gridano al mondo intero la ” voglia” di uscire da questa pandemia. Un’esecuzione che anche a distanza emoziona, appassiona e rende viva la voglia di arte. 

Ars Trio, Innovazione e passione per la musica da camera

Li aspettavamo nel mese di aprile, ma per via della situazione in cui ci troviamo abbiamo dovuto aspettare un po’. Loro sono l’Ars Trio di Roma, ovvero Laura Pietrocini, Marco Fiorentini e Valeriano Taddeo che a Trieste hanno lasciato il segno già diciannove anni fa vincendo il premio “Trio di Trieste”. Questa sera affronteranno un programma che, in una sorta di ritorno al passato, dalla musica contemporanea ci porta al romanticismo beethoveniano. Abbiamo trascorso con loro il tempo di un aperitivo per conoscerli meglio. Che cosa rappresenta per voi la musica?

La musica è un modus vivendi, è una sorta di bolla magica che galleggia sopra qualcosa di non tangibile; è un linguaggio che utilizziamo per sentire ma anche per pensare e per comunicare con chi abbiamo davanti, esaltando al massimo ognuno dei nostri cinque sensi. La musica è inoltre il veicolo che permette all’esecutore di comunicare con il pubblico colmando la distanza tra il palcoscenico e la platea.

Nel concerto che ascolteremo eseguirete anche musica contemporanea: come vi siete avvicinati a questo tipo di musica?

Per noi la musica contemporanea è assolutamente vitale e fondamentale da vivere e da scoprire: cerchiamo sempre di immergerci nella musica, in cui tutto ciò che sentiamo e percepiamo viene amplificato. La musica contemporanea si rifà a diversi generi musicali, ma dobbiamo sempre ricordare che si tratta della musica del nostro tempo: ogni musica è stata la musica contemporanea del proprio tempo, anche se non sempre è arrivata immediatamente al pubblico. Questo tipo di musica è indissolubilmente legato alla curiosità: non bisogna mai smettere di essere curiosi, di osservare il mondo e capire il contesto in cui viviamo. La curiosità, come la musica, serve all’uomo per essere felice.

Voi siete stato l’ultimo ensemble italiano a vincere il Premio Trio di Trieste: come affrontate la preparazione a un concorso?Quando ci si prepara per un concorso si deve avere un obiettivo comune, per raggiungere il quale studiamo con la massima concentrazione. Abbiamo vinto il Premio Trio di Trieste nel 2001: questa competizione figura tra le più importanti del mondo, insieme al Concorso Internazionale di Musica ARD di Monaco (Germania) e al Concorso Internazionale di Musica da Camera di Osaka (Giappone). Per noi è stato molto importante, essendoci formati artisticamente presso l’Accademia Musicale Chigiana di Siena sotto la guida del Trio di Trieste. All’interno di un concorso è importante non solo suonare bene ma anche far sì che il proprio modo di suonare venga apprezzato dalla giuria che ascolta.

Come è nato l’Ars Trio e come avete capito di voler fare musica insieme?

Laura: Abbiamo iniziato suonando come duo (Marco ed io) in preparazione a concorsi musicali, ma occasionalmente suonavamo anche con altri strumentisti. Poi è nata la collaborazione con Valerio, che conoscevo già da tanto tempo. La decisione di costituire un trio è nata dalla nostra passione per la musica da camera, ma nel trio – a differenza del quartetto d’archi – ogni strumento ricopre un ruolo di primaria importanza.

Noi chiudiamo le nostre interviste chiedendo ai nostri ospiti: se poteste incontrare un autore del passato, chi scegliereste e perché?

Marco: Se ne avessi la possibilità, io vorrei incontrare Beethoven: la sua musica, rappresentando il passaggio tra il classico e il romantico, racchiude in sé molto di più di ciò che possiamo ascoltare. Nel suo immenso repertorio c’è un’immensa genialità ma allo stesso tempo una grande umanità.

Laura: A me piacerebbe incontrare Débussy e vivere in quell’epoca in cui gli artisti si conoscevano di persona e toccavano con mano il loro operato, osservando insieme passo dopo passo la costruzione della loro arte.

Valeriano: Mi sarebbe piaciuto conoscere Schubert e ascoltarlo mentre suonava con i suoi amici durante le “Schubertiadi”. Ma mi sarebbe anche piaciuto ascoltare un concerto di Arcangelo Corelli, un pianista formidabile che quando si sedeva al suo strumento trasferiva tutta la sua passione in ogni singolo suono. 


Ringraziamo l’Ars Trio di Roma per la disponibilità e vi diamo appuntamento per oggi e domani, 24 e 25 ottobre, al Teatro Verdi di Trieste alle ore 18!

Matteo Firmi e Cecilia Zoratti

La delicatezza di Mariangela Vacatello per festeggiare Beethoven

Il terzo concerto della stagione sinfonica del teatro Giuseppe Verdi di Trieste è un omaggio al grande Ludwig Van Beethoven. A dirigere la compagine orchestrale il giovane maestro Jordi Bernacer che abbiamo già visto al concerto inaugurale della stagione.

©️Fabio Parenzan

L’evento vedeva come solista la pianista Mariangela Vacatello nell’interpretazione del quarto concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven. La serata si è aperta con il Capriccio Italiano di P.I. Tchaikovsky ben interpretato dal M.Bernacer, che ha saputo con decisione guidare l’orchestra in questa impegnativa pagina.Ottima sezione degli oboi, che ha garantito sonorità e leggerezza. Discreta la sezione dei corni, corposa di suono.

Dopo questo breve viaggio in Italia, è arrivata sul palcoscenico la bravissima Mariangela Vacatello: la sua interpretazione è decisa, il suono del pianoforte ha vita, la solista fa cantare il pianoforte come solo i grandi sanno fare. Il secondo movimento del concerto è stata una vera e propria “evocazione” dello spirito di Beethoven. Mariangela Vacatello ha dipinto ogni nota del secondo movimento con un maestria rara. Ogni suono era dolce, caldo, sentito profondamente. In quegli istanti lei non stava suonando un concerto per pianoforte ma stava metaforicamente dialogando con Beethoven. Mariangela Vacatello è un’artista da sentire dal vivo, la passione con cui suona è degna di nota. L’orchestra del Verdi ha ben saputo accompagnare la solista in questo lungo dialogo, restandole sempre a fianco e mai sovrastandola. Gustosi all’ascolto i due bis che Mariangela Vacatello ha regalato al pubblico in sala (3° tempo dalla sonata al chiaro di luna e Per Elisa). La maestosa terza sinfonia “Eroica” ha concluso la serata: Bernacer ha cercato di guidare l’orchestra in una lettura diversa dal solito, forse più prudente,non completamente convincente,tanto da sembrare quasi incompleta. Buona la celebre Marcia Funebre, ottimo il suono degli archi curato nei particolari. Globalmente soddisfacente la lettura del maestro Bernacer, gesto deciso e ottimo lirismo. Il pubblico presente in sala ha ben accolto questo programma.

Matte Firmi

Trieste, 7 ottobre 2020

Il trovatore post-covid alla Fenice

Se dovessimo descrivere Il Trovatore visto lo scorso fine settimana al Teatro La Fenice di Venezia (4 ottobre 2020), con poche parole, la definizione migliore potrebbe essere “Una bella fotografia Impressionista…. ma a tratti minimalista”. L’intero spettacolo con la regia di Lorenzo Mariani è un lungo e curato dialogo tra il nero e il bianco : pochissimi oggetti di scena ( alcuni tavoli e sgabelli e nulla più ) ma tutto perfettamente funzionante. Le luci di Fabio Barettin sono forti e coraggiose, riescono a caricare il pathos giusto di ogni scena . 

Il cast della recita vedeva Luca Micheletti nel ruolo del conte di Luna, presenza e ruoli attoriali imponenti, la sua voce è una continua sottolineatura dell’importanza di questo personaggio. Azucena, interpretata dalla bella Veronica Simenoni , è sembrata sin da subito nella sua parte, la voce calda e pastosa ha abbracciato gli  spettatori presenti.La sua interpretazione di “Stride la Vampa” è ottima, l’intonazione e il fraseggio sono molto chiari. Simon Lim si è ben disimpegnato nella parte, buona globalmente la sua interpretazione.

In una produzione completamente su tinte scure compare “il Trovatore”, Piero Pretti entra sulla scena in modo quasi nascosto, il suo personaggio completamente vestito di bianco entra nella parte lentamente dando  il meglio di sé  nell’ultimo atto. Interessante e piena di voce la sua lettura di “Di quella Pira”. La punta di diamante di questo cast è la giovane Roberta Mantegna, che  ha interpretato questo difficile ruolo di Leonora con eleganza e nobiltà . Emozionante la sua lettura dell’inizio dell’atto IV, coinvolgente l’ultimo duetto con Manrico. Mantegna utilizza il proprio strumento con arte e maestria, riuscendo ad utilizzare le sue doti musicali con magnetismo e l’ascoltatore presente in sala resta coinvolto in ogni sua azione.

L’orchestra della Fenice è in ottima forma, il colore orchestrale è denso in ogni arcata, profondo in ogni presenza dei fiati. Daniele Callegari ha ben saputo guidare questo allestimento con decisione e tecnica. Una messa in scena di raro gusto, una produzione che soddisfa in ogni dettaglio.

Matteo Firmi 

Venezia, 4 ottobre 2020

Il pianoforte di Mariangela Vacatello

Trieste si prepara al terzo concerto della stagione artistica. Venerdì 9 ritorna il grande virtuosismo del pianoforte con Mariangela Vacatello e Jordi Bernàcer sul podio. Il programma della serata vedrà l’apertura con Capriccio Italiano di Čajkovskij  e successivamente due pagine immortali di Ludwig Van Beethoven, il quarto concerto per pianoforte e orchestra e la terza sinfonia. Oggi con noi di Ieri,Oggi, Domani, Opera c’è Mariangela Vacatello, classe 1982, vincitrice di numerosi concorsi internazionali e solista di fama mondiale. 

Lei da giovanissima si è cimentata nel Concorso “Busoni” di Bolzano, cosa significa per una giovane studentessa confrontarsi in un concorso? 

Si, il Busoni è stato uno dei concorsi dove ho partecipato e dove sono stata più orgogliosa. La preparazione ad un concorso è totale e i mesi precedenti sono scanditi da una disciplina di studio forte – come per gli sportivi alle olimpiadi! –  che è determinante non solo per la competizione stessa (di cui non si può conoscere il risultato finale) ma serve a comprendere la propria motivazione nel percorso di una carriera e iniziare ad assaporare anche i sacrifici che ne fanno parte.

©Massimo Denari

Oltre ad essere una solista di fama è anche un’insegnante di conservatorio, cosa si aspetta dai suoi studenti?

Qual è l’insegnamento più grande che lei ha ricevuto nella sua carriera ?  Penso che il lavoro di un insegnante sia lungo proprio come una carriera concertistica! Tento di comunicare ai miei studenti non solo l’amore per ogni cosa che studiano, che affrontano e che li mette davanti a problematiche di diverso genere, ma anche di far capire che bisogna lavorare costantemente e con molta pazienza. La musica, come ogni altro mestiere che si desidera fare al meglio, richiede impegno, curiosità, lavoro su se stessi. La vita musicale è lunga ed ha bisogno di essere innaffiata tanto e con tanta passione e intelligenza. 

Venerdì sera si esibirà nel quarto concerto di Beethoven per pianoforte e orchestra, cosa significa preparare un concerto per pianoforte e orchestra? 

Questo è uno dei concerti che hanno accompagnato la mia carriera e sono estremamente fortunata ad avere la possibilità di poter conoscerne già diverse “chiavi di lettura”, così poter comprendere una parte (piccola forse) del pensiero del compositore e gioire di questo capolavoro. Un capolavoro che posso condividere con altri musicisti: è meraviglioso quando sul palco e durante le prove si instaura un filo invisibile di tensione e comprensione reciproca. 

©Davide Cerati

Nella sua carriera lei ha avuto numerosi concerti come solista e altri insieme con orchestre, secondo lei ci sono differenze nella preparazione sia a livello tecnico che interpretativo? 

Si, oltre settecento concerti e ognuno, se rileggo i vecchi programmi, ha una sua storia. 

 Lei preferisce esibirsi da sola o con l’orchestra? 

In certi momenti preferisco essere sola poiché nel poco tempo a disposizione di prove insieme non è sempre così semplice arrivare insieme a dei compromessi musicali. Il lavoro del solista e dell’orchestra ha dei tempi di studio (preparazione) molto diversi tra loro e, alcune volte, il linguaggio che si parla con coincide perfettamente. Però, d’altro canto, condividere la Musica sul palco insieme ad altri professionisti regala dei momenti di condivisione meravigliosi, talvolta inaspettati e quindi non saprei dirle cosa scelgo!

Quest’anno la cultura ha subito una brusca frenata, il lockdown ci ha obbligati a fermarci. Come ha trascorso quei mesi? 

Ho lavorato con i miei studenti online e ho tenuto conversazioni/interviste sui social e per i giornali. Ho studiato con un po più di calma e pensato moltissimo ai progetti che vorrei per il mio futuro musicale. La chiusura ha creato domande e dubbi ma allo stesso tempo mi ha fatto vedere con più chiarezza che non dobbiamo dimenticare le molte sfumature e gentilezze della vita che tendiamo a scansare e che sono però anche un nostro nutrimento.  Come persone e anche come artisti.

©Davide Cerati

Se avesse l’opportunità di incontrare uno dei grandi compositori del secolo scorso chi incontrerebbe? 

Debussy, anche se aveva un caratterino….

Ringraziamo la M°Vacatello e non resta altro che correre in biglietteria e prendere un biglietto per venerdì sera!

Matteo Firmi

Un secolo di Musical !

Trieste è una città piena di teatri. Non importa la grandezza, non importa il luogo fisico, non importano le difficoltà… la cosa che mi fa essere orgoglioso di questa città è che tutti i teatri sono vivi. Questa sera all’ultimo minuto ho avuto un biglietto assieme alla mia partner in crime per una produzione del Teatro Stabile Sloveno, “Un secolo di Musical” spettacolo/concerto a cura di Stanislav Moša. Ogni volta che metto piede al TSS la domanda che mi pongo all’inizio è sempre la stessa: “Ci capirò qualcosa?” e puntualmente dopo pochi momenti dello spettacolo i pensieri spariscono e si viene abbracciati dalla produzione che in quel momento è in scena.

Lo spettacolo di oggi è una boccata d’ossigeno per l’animo umano, due ore e 10 min di spettacolo dove ci si dimentica della mascherina e tutto scorre. Il cast formato da una decina di giovani era capitanato dalla splendida cantautrice slovena Tinkara Kovac, che ha regalato momenti veramente emozionanti. Interessanti le voci di Lara Komar e Patrizia Jurinčič Finžgar (che ha già calcato due stagioni fa il palcoscenico del TSS con “The last five years”). Durante tutto lo spettacolo il cast si è alternato nei vari numeri musicali con una naturalezza e freschezza di rara qualità.

L’aspetto musicale ha visto la presenza sul palcoscenico di una “micro orchestra” formata da due tastiere e fiati guidati divinamente da Patrick Greblo, ogni numero musicale é stato accompagnato con gusto e musicalità. Uno spettacolo che abbraccia tutti i presenti in sala, li coccola, regala quel tepore caldo che nell’ ambiente familiare fa stare bene. Il Teatro Stabile Sloveno è una delle eccellenze di questa città multiculturale. Si replica fino all’ 11 ottobre.

Sergey Krylov al Teatro Verdi

Per la seconda settimana consecutiva, il teatro Verdi ottimo un sold-Out, il secondo concerto della attività sinfonica 2020-2021 vede l’orchestra della fondazione accompagnare il celebre violinista Sergey Krylov in un percorso molto impegnativo nella doppia veste di direttore e solista. Il concerto è iniziato con la celebre ouverture Romeo e Giuliettadel compositore Pëtr Il’ič Čajkovskij: la lettura di questo capolavoro ha subito svelato le carte di una serata musicalmente molto interessante e allo stesso tempo piena di domande tecniche per chi ha un orecchio sopraffino. La grande pagina russa ha visto sfoggiare una tavolozza di tinte estreme sempre ben eseguite ma mai unite in quadro unitario. L’orchestra si presenta pronta in ogni sezione: la pastosità del suono dei archi, la brillantezza dei fiati, la sezione delle trombe squillante e quasi militare, ma per chi scrive mancava un “collante” che redesse queste sezioni un unico grande dipinto.

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©Fabio Parenzan/Teatro Verdi di Trieste

Sergey Krylov ha successivamente preso in mano il suo violino per l’esecuzione del concerto in Mi minore per violino e orchestra di F.Mendelssohn. La tecnica e il suono del suo violino hanno letteralmente ammaliato tutto il pubblico: Krylov è un violinista eccezionale, riesce a incantare tutti. Nel complesso l’esecuzione del concerto di Mendelssohn è stata veramente ottimale. Il programma proseguiva con l’ouverture dall’opera La Gazza ladra di Gioacchino Rossini, una lettura “veloce” ma nel complesso ben sentita dal direttore. A chiudere il programma “ufficiale” il terzo tempo del Concerto n° 2 di Niccolò Paganini. La campanella ha ben risuonato all’interno del Teatro Verdi, il solista e direttore Krylov ha ben saputo portare a termine un colosso atteso da tutto il pubblico presente. La serata si è conclusa con due importanti bis: il primo l’ouverture da Le nozze di Figaro di Mozart e il secondo lo scherzo dal Sogno di una notte di mezza estate sempre di Mendelssohn.

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©Fabio Parenzan/Teatro Verdi di Trieste

Il pubblico triestino manda un bellissimo segnale al teatro dimostrando un legame che fa ben sperare. Trieste, come già accennato alla scorsa recensione, ha “fame” di cultura e questi concerti ne son la dimostrazione. Concludendo, una bella serata di musica e passione che fanno bene all’animo.

Matteo Firmi

Trieste, 27 settembre 2020

Il violino …. la mia vita ! …. intervista con Sergey Krylov

Domenica 27 settembre sul palcoscenico del Teatro “Giuseppe Verdi” di Trieste si esibirà Sergej Krylov, violinista, direttore d’orchestra, musicista di fama internazionale e noto per il suo carisma coinvolgente. Il programma triestino vedrà sfilare pagine di Rossini, Čajkovskij, Mendelssohn e Paganini.  In un piovoso pomeriggio autunnale, il Maestro ci accoglie nel suo camerino per una piccola e veloce chiacchierata.

Maestro, come si è avvicinato allo studio del violino?

Sono nato a Mosca, centro della cultura artistica e musicale dell’ex Unione Sovietica. Provengo da una famiglia di musicisti: all’età di quattro anni mia madre mi ha avviato allo studio di questo meraviglioso strumento.

Negli ultimi anni abbiamo potuto vederla e ascoltarla molto spesso qui a Trieste: che rapporto ha con questa città e con l’orchestra del Teatro Verdi?

La prima volta che sono venuto a Trieste era nel 1995, ho suonato Prokof’ev. Sono sempre molto felice di poter tornare in questa bellissima città anche perché sono in ottimi rapporti sia con le maestranze del teatro che con gli orchestrali. Negli anni mi sono esibito sia come solista che come direttore/solista, formula che continuo a sperimentare nei vari concerti.

Quali sono le difficoltà che comporta un’esibizione da solista e direttore?

Le difficoltà sono principalmente a livello psicologico, trattandosi di due punti di vista opposti e complementari allo stesso tempo. Mentre il solista suona da solo, il direttore deve avere pieno controllo sia sull’orchestra che sullo stesso solista. Il compito più complesso è prestare la massima attenzione al proprio strumento, e quindi al proprio suono, e all’intera orchestra, la quale deve essere pienamente cosciente del fatto che il direttore non è sempre presente perché sta anche suonando da solo. Mi sono avvicinato alla direzione d’orchestra tramite l’invito dell’Orchestra da camera lituana di Vilnius, che quest’anno festeggia il sessantesimo anniversario dalla sua fondazione: mi sento privilegiato ad avere la strada spianata verso questo nuovo percorso artistico e musicale.

Quali sono i suoi autori preferiti?
Io non ho autori preferiti, sono sempre alla ricerca della bella musica in tutte le epoche e in tutte le parti del mondo. Anche nell’ex Unione Sovietica abbiamo avuto grandi autori, tra i quali Šostakovič e Prokof’ev: la loro musica era sicuramente influenzata dall’epoca storica, ma era comunque ben scritta. Dovendo andare più indietro nel tempo, un autore fondamentale è stato certamente Bach, ma anche Mozart, Rossini, Paganini e tanti altri. In conclusione, io cerco la musica da cui posso trarre ispirazione.

©Mary Slepkova

Sappiamo che ogni musicista ha un rapporto particolare con il proprio strumento: che rapporto ha lei con il suo violino?
Il mio violino è stato costruito nel 1994 da mio padre, celebre liutaio russo che si formò presso la liuteria di Cremona e fu il primo russo a tornare in patria con la medaglia d’oro al termine della formazione. 

Lei oltre alle attività di violinista e direttore, insegna presso il Conservatorio di Lugano, in Svizzera. Cosa significa per lei insegnare?

Prima di ogni altra cosa io vedo l’insegnamento come la possibilità di condividere con altri violinisti meritevoli la mia esperienza in campo musicale. Insegnando sono in grado di trasmettere tutto ciò che ho imparato ad altri musicisti che a loro volta lo insegneranno a chi verrà dopo di loro, così i miei insegnamenti non andranno mai perduti. 

Chi è Sergej Krylov fuori dal palcoscenico?

Quando non suono e non dirigo, coltivo tantissimi interessi: mi affascina tutto ciò che ha a che fare con il mondo marino, con le barche e con l’aria. Sono tutte cose che non sono mai riuscito a fare per mancanza di tempo, essendo la mia vita molto frenetica, correndo da un teatro all’altro. In questi ultimi sei mesi in cui tutti noi ci siamo dovuti momentaneamente mettere in pausa ho riscoperto il piacere di dedicarmi alle mie passioni: in particolare ho tenuto lezioni online con allievi provenienti da ogni angolo del pianeta, ma sono riuscito soprattutto a prendermi del tempo per qualcosa che non sia il mio lavoro. 

©Mary Slepkova

Cosa pensa della didattica online?

Ho sentito tanti colleghi che se ne sono lamentati. Per il mio modo di lavorare, la didattica online è estremamente funzionale: questa tipologia di didattica impone anche una maggiore attenzione al rapporto tra insegnante e allievo, cosa che spesso nelle lezioni dal vivo è posta in secondo piano. Attraverso la didattica online ho avuto l’occasione di lavorare con musicisti da tutto il mondo, imparando e insegnando allo stesso tempo. 

Se potesse incontrare un musicista del passato, chi vorrebbe incontrare e perché?

Anche qui non riesco a dare una risposta precisa. Mi sarebbe estremamente piaciuto poter lavorare con Claudio Abbado e Lorin Maazel, ma non ci sono mai riuscito. Non ho ancora potuto incontrare personalmente Riccardo Muti, ma mi piacerebbe suonare con lui. 

Ringraziamo il Maestro Krylov e gli auguriamo buon lavoro. Appuntamento per domenica 27 settembre alle ore 18!

Si ringrazia Cecilia Zoratti per la preziosa collaborazione. 

Matteo Firmi

TRIESTE, MARCELO ALVAREZ E MARIA JOSE SIRI PER UN APERTURA DI SUCCESSO

Uno  splendido teatro pieno, questa è l’immagine che descrive il concerto di ieri sera. Trieste comincia l’attivita artistica 2020-2021 con un grande successo, una serata dedicata totalmente dedicata alla lirica con due grandi protagonisti come Maria Jose Siri e Marcelo Alvarez. A dirigere la serata Jordi Bernacer, che ha sostituito all’ultimo momento Francesco Ivan Ciampa che causa lutto famigliare ha dovuto abbandonare il concerto. In questi anni, serate belle al Verdi ne abbiamo viste tante, ricordo come fosse ieri il concerto straordinario con la direzione di Ezio Bosso, oppure le splendide pagine lette nelle stagioni sinfoniche dal maestro Haffner Caro ma la serata di ieri è stata unica.

Ogni settore del teatro era letteramente in visibilio dalle pagine di questo concerto, Maria Jose Siri con eleganza e raffinatezza ha interpretato le grandi arie del repertorio con una particolare attenzione a quelle Pucciniane. Una “Floria Tosca” sentita, appassionata, ha duettato con Marcelo Alvarez nel “Mario,Mario,Mario !” con complicità sfoggiando una tecnica vocale, e pienezza di suono rare. Maria Jose Siri, ha saputo letteralmente “colorare” ogni suo brano con diverse emozioni. Marcelo Alvarez è un esplosione di vita, la sua passione per il canto, la sua positività sono esattamente quello che serviva per ripartire con il piede giusto. Alvarez ha ben dimostrato che lirica è vita, ogni sua esibizione terminava con numerosi minuti di applausi e con la crescente voglia di sentirlo ancora. Emozionante la dolcezza con cui ha cantato l’aria ” Ô souverain, ô juge, ô père” dal opera “Le Cid” di J.Massnet.  Scegliere questi due cantanti, è stata una scelta vincente e chi scrive spera che presto possano tornare a calcare il palcoscenico del Verdi. L’orchestra della fondazione ha sfoggiato carattere e passione nelle pagine d’assieme e varietà timbrica nei momenti d’assolo. Nel lungo concerto è giusto ricordare  Il colore e la pastosità del primo violoncello nelle pagine con il soprano, la raffinatezza del dialogo tra Violino ( Konzertmeister Stefano Furini),Viola con Benjamin Bernstein e Cello con Tullio Zorzet  nel inizio del Intermezzo del “Manon Lescaut”.

Buona esibizione anche della compagine corale che ha ben espresso tutte le sue potenzialità ne ” O signore dal tetto natio” e nel celebre “Va pensiero”, sempre preparati egregiamente dal maestro Francesca Tosi. Un plauso al maestro Jordi Bernacer che entrando al ultimo momento ha ben guidato l’orchestra in questa bella serata. Trieste, riscopre il suo amore per la lirica e il bel canto e sopratutto la voglia di musica e cultura ha superato egregiamente il terribile periodo del lockdown. Prossimo appuntamento , domenica  27 settembre  con Sergey Krilov in veste di solista e direttore.

Programma della serata

Giuseppe Verdi
Sinfonia da I vespri siciliani

Francesco Cilea
“E’ la solita storia del pastore” da L’Arlesiana

Giuseppe Verdi
“Pace, pace mio Dio!” da La forza del destino
“O Signore dal tetto natio” da I lombardi alla Prima Crociata

Jules Massenet
“Ô souverain, ô juge, ô père” da Le Cid

Umberto Giordano
“La mamma morta” da Andrea Chénier

Giuseppe Verdi
Finale da Macbeth

Giacomo Puccini
“E lucevan le stelle” da Tosca“Vissi d’arte” da Tosca

Giuseppe Verdi
“Va, pensiero” da Nabucco

Giacomo Puccini
Nessun dorma” da Turandot
Intermezzo da Manon Lescaut
“Mario! Mario! Mario!” da Tosca

Trieste, 14 settembre

Gaga Symphony ….. un orchestra giovane !

Stasera si esibiranno al Castello Carrarese di Padova. Sono tanti e sono giovani, ascoltarli mette il buon umore: loro sono la Gaga Symphony Orchestra. In questi giorni abbiamo avuto il piacere di avere con noi e di intervistare Simone Tonin e Sara Prandin, ovvero il direttore musicale e il direttore artistico di questo stupendo gruppo di ragazzi.

Spiegateci com’è nato questo progetto? Come si rende “giovane” un concetto così serio come un’orchestra sinfonica? 

Sara Prandin – Come tanti progetti è nato per gioco, volevamo divertirci suonando insieme… Tutto è partito da qui ed è proprio questo divertimento, nutrito ancora oggi di frizzante entusiasmo, che continua ad essere l’ingrediente principale della ricetta “Gaga Symphony”. Come si rende “giovane” un’orchestra? Inserendo in organico la batteria, per esempio! Noi, infatti, consideriamo la batteria proprio come il simbolo della musica pop/rock che viene ascoltata dal grande pubblico di oggi. C’è tanta serietà dietro un’orchestra sinfonica perché è un’arte che richiede una vita di studio, di passione e di dedizione, ma ciò non significa che debba trasmettere al pubblico solo “serietà”. Lo sterminato repertorio che viene definito limitativamente “classico” regala uno spettro altrettanto ampio di emozioni, tra cui sicuramente il divertimento.  Ci si può divertire con Mozart, così come con i Beatles, se si superano certi stereotipi e pregiudizi legati al genere. Noi quindi “catturiamo” e parliamo al nostro pubblico suonando ciò che va più di moda – o che ha fatto la storia nelle decadi passate – accompagnando gli spettatori nella scoperta, e di conseguenza nell’apprezzamento, delle sonorità sinfoniche, delle possibilità timbriche ed espressive dell’orchestra attraverso l’arrangiamento di un pezzo pop, per poi proporre subito a seguire un brano tratto dal grande repertorio sinfonico o operistico. In questo modo, con tale accostamento, il brano “classico” viene sempre accolto con lo stesso, se non maggiore, entusiasmo delle hit pop o rock suonate in precedenza. E questo è il nostro momento preferito di ogni nostro spettacolo, perché così sappiamo di aver centrato il punto e trasmesso “qualcosa” – un’emozione, un insegnamento, una suggestione, un motivo di approfondimento, ecc. – al nostro pubblico.

©Natascia Torres

La scelta del repertorio è uno dei vostri punti di forza, come nascono i vostri programmi? Cosa significa arrangiare un brano pop per orchestra sinfonica? E quali sono le principali difficoltà?

Sara Prandin  In quanto compositore, lascio rispondere il Direttore d’orchestra Simone Tonin, nonché co-fondatore, insieme a me, della Gaga Symphony Orchestra.

Simone Tonin – Partiamo innanzitutto da ciò che vuole, o comunque si aspetta, il pubblico, ossia dalle canzoni pop più ascoltate, per poi arrivare a ciò che appartiene al nostro background musicale, ovvero il grande repertorio “classico”. È così che ci ritroviamo ad orchestrare le canzoni pop per grand’orchestra o altre formazioni, conservando il carattere originale del brano e inserendo suggestioni dei Maestri compositori del passato. Un pop (inteso in senso ampio e non solo come “genere”), quindi, che strizza l’occhio alla classica e viceversa. Nel nostro nuovo spettacolo “Note a Margine”, ad esempio, potreste ritrovarvi ad ascoltare Madonna arrangiata alla Wagner o una Beyoncé alla Ravel. Le principali difficoltà stanno nel saper mantenere il carattere proprio del brano esaltando le possibilità dell’organico orchestrale, in un gioco continuo di equilibrio e tensione. 

©Natascia Torres

Il concerto di Padova s’intitolerà Note a Margine: raccontateci un po’ com’è nato il programma, ci lavorate da tanto? 

Sara Prandin  Le “note a margine” non sono le note musicali, bensì le note scritte a mano a lato della partitura, quando si analizza un brano o quando si è ispirati da un’idea. Quelle note che, in qualche modo, vi racconteremo io e Simone Tonin durante il concerto, “a margine” della musica e a lato del sestetto che si esibirà musicalmente.  Questo spettacolo è nato dalla situazione particolare e difficile che stiamo vivendo. Non ci sono al momento le possibilità per portare in scena l’orchestra sinfonica, così siamo passati letteralmente da 60 a 6 musicisti sul palco – più 2 voci narranti – e, per compensare la riduzione d’organico, affinché non risultasse uno spettacolo “ridotto”, abbiamo creato qualcosa di totalmente nuovo, che ha stupito noi stessi in primis mentre ci stavamo lavorando e stavamo perfezionando il format. Chissà, magari se non fosse stato per questa situazione negativa, Note a Margine non avrebbe mai visto la luce. Ma, come si dice, la necessità aguzza l’ingegno! E noi volevamo tornare a suonare quanto prima per emozionare ed emozionarci con il nostro pubblico, insieme e dal vivo.

Quali sono le difficoltà principali che avete trovato nel vostro cammino?  

Sara Prandin  La risposta risulterà molto banale: le risorse finanziarie, o meglio, la loro mancanza. È il Problema – con la maiuscola – un po’ per tutto il mondo artistico considerato un po’ “di nicchia” in Italia, che per realtà come le orchestre si amplifica ancora di più, in quanto a lavorarci vi sono moltissime persone (e non solo musicisti!) con differenti esigenze tecniche. C’è anche da dire che, guardandola da un altro punto di vista, non possiamo che ritenerci fortunati. Sì, perché avrei potuto rispondere che una delle difficoltà da affrontare fosse trovare ottimi musicisti che fossero anche ottime persone, che troviamo difficile farci apprezzare dal pubblico meno avvezzo alla classica, che un progetto così tosto da gestire dopo un po’ può stancare…Invece no! Il nostro problema sono solo i banalissimi soldi. 

©Natascia Torres

Cosa significa far nascere un’orchestra da zero? E soprattutto senza “schei”…diciamo dal punto di vista finanziario?

Sara Prandin  Proseguendo il discorso, forse il disagio maggiore sta nella difficoltà di trovare delle sedi idonee per le prove, sia in termini di spazio che di acustica, soprattutto quando siamo in sessantacinque. Per il resto, devo dire che abbiamo sempre guardato il lato positivo. In questo fa molto gioco il fatto di amare la musica, di divertirci tantissimo anche semplicemente stando insieme e di credere fino in fondo nel progetto “Gaga Symphony”. In principio, quando ancora non eravamo una vera orchestra ma solo un’idea, abbiamo coinvolto gli amici. La conquista più grande è stata trasformare questo gruppo di amici in una realtà professionale, crescendo insieme sia musicalmente che come formazione, consolidando i nostri rapporti e il nostro modo di fare musica insieme.  Non lo nego, non è stato facile. Io e Simone abbiamo imparato questo lavoro facendolo, ripartendo ogni volta dai nostri errori, ma la responsabilità è sempre stata enorme fin dall’inizio (forse, più di quanto ce ne rendessimo conto all’epoca). Non solo stavamo creando e crescendo un’enorme band, ma davamo vita a spettacoli e nuovi repertori partendo proprio da zero: organizzavamo gli eventi, ci occupavamo di tutti gli aspetti collaterali, dal service alla promozione, ecc. Ricordo, tutto questo, senza soldi! Facendo semplicemente del nostro meglio, aiutati dai nostri amici. Eravamo così “stressati” che ci venivano sfoghi cutanei, influenze pre-concerto… Non che ora le cose siano più facili, ma sicuramente abbiamo più esperienza, professionisti al nostro fianco pronti a supportarci e la situazione decisamente sotto il nostro controllo. Insomma, siamo più corazzati e pronti a tutto, ma sempre col sorriso!

©Natascia Torres

Prossimi progetti in vista?  

Sara Prandin e Simone Tonin  Prima della pandemia avevamo in campo diversi progetti e spettacoli a cui ora stiamo dando una differente collocazione temporale. Sicuramente puntiamo nel proseguire a mettere in scena lo spettacolo “Note a Margine” e portare l’entusiasmo “Gaga Symphony” in giro per l’Italia. Più in generale vogliamo ancora crescere artisticamente, sotto diversi punti di vista: sperimentare nuove tecniche di arrangiamento, aumentare l’interazione con il pubblico durante i nostri spettacoli, trovare nuovi e coinvolgenti modi per comunicare con i nostri fan online. Stiamo anche lavorando a una “Gaga Symphony Academy”: ci piacerebbe insegnare attraverso la nostra visione della musica d’insieme e fare didattica non soltanto sulla musica classica, ma anche sul pop, sempre nello stile Gaga Symphony!

Grazie a Sara Prandin e Simone Tonin e alla Gaga Symphony Orchestra, e In bocca al lupo!

Matteo Firmi

Decimo concerto della stagione estiva

Il Teatro Verdi, si congeda con la popolazione dopo la ripresa delle attività per la pausa estiva. La fondazione nei mesi estivi, ha costruito una vera e propria “stagione sinfonica 2.0” 10 concerti che hanno ben saputo metter in risalto le mille sfaccettature del teatro dove compagini interne si sono intersecate con nomi di prima qualità come ad esempio Daniela Barcellona. Ieri sera il concerto conclusivo prevedeva pagine sinfoniche e grandi pagine corali, come le Danze Polovesiane dall’opera Il principe Igor.

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©Fabio Parenzan/Teatro Verdi di Trieste

L’apertura è stata affidata a louverture da I maestri cantori di Norimberga di Richard Wagner. Il gesto del maestro Paolo Longo è stato chiaro sin da subito, ogni piccolo movimento era una pennellata di mille colori, il positivismo e grandi masse sonore portano l’ascoltatore verso una sensazione di benessere che grazie al Covid19 non siamo più abituati. La seconda pagina del concerto vedeva la prima suite dall’opera Peer Gynt di Edvard Grieg, in questa lettura si son ben notate le differenze tra chi vede la partitura solo in verticale o chi (come il M°Longo) l’affronta anche in orizzontale. La lettura dei 4 tempi è meticolosa, ogni nota ha il suo significato e nulla è lasciato correre. Emozionante il finale del primo movimento quando è bastato un semplice sguardo del direttore per rendere un crescendo omogeneo ed elegante.

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Terzo brano della serata è stato Ma Mère l’Oye di Maurice Ravel, suite pianistica scritta nel 1908, che successivamente fu pensata e strumentata per orchestra. Ravel,come tutti sanno è un maestro della strumentazione e la sua musica e di difficoltà estrema. L’orchestra del Teatro ha ben saputo disimpegnarsi in questo racconto “fanciullesco” con leggerezza sia nei archi che nei fiati,  segnalo la grazia del glissato del primo violino , il morbidi pizzicati del primo contrabbasso e la compattezza sonora dei fagotti.Chiudeva in la parte sinfonica della serata il celebre Una notte sul monte Calvo di Modest Musorgskij dove l’orchestra ha portato a termine un ottima esecuzione.

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©Fabio Parenzan/Teatro Verdi di Trieste

La seconda parte del concerto vedeva l’aggiunta del coro della fondazione con due pagine dal repertorio operistico, Patria oppressa dal Macbeth e le Danze Polovesiane  dall’opera Il principe Igor. La compagine corale è stata preparata egregiamente dalla maestra Francesca Tosi, anche se la disposizione del coro causa Covid19 non ha reso totalmente le potenzialità vocali. Il teatro Verdi, ha ben saputo uscire a testa alta dal brutto periodo del Lockdown affidandosi alle forza delle sue maestranze, ma ancora di più a due “gioielli”  ovvero il m°Longo e la m°Tosi. L’orchestra assieme al m° Longo ha un gran feelings che rende ogni concerto denso di musica quella con la M maiuscola.  La m° Tosi ha saputo dimostrare grinta e personalità nell’esecuzione del repertorio corale con ottime performance nei concerti dedicati. Il Verdi ora chiude per la pausa estiva, ma sappiamo già che domenica 13 settembre la stagione riapre e speriamo senza troppi impedimenti causati dal Covid19.

Matteo Firmi

Trieste, 7 agosto 2020

STRAUSS, CHARPENTIER E COPLAND PER DEI FIATI ECCELLENTI

Trieste 2 agosto – Secondo e ultimo appuntamento questa mattina con “i Fiati del Verdi”  e la direzione del M° Paolo Longo, un concerto raffinato e interessante che ha ben spaziato nel repertorio poco conosciuto della letteratura per strumenti a fiato. ll concerto ha visto pagine impegnative del 900 quali la Suite per Fiati op 4 di Richard Strauss,  la “Vitrail pour un  Temps de Guerre” del francese Jacques Charpentier e la celebre “Fanfare for the common man” di Aaron Copland. La “sinfonietta” di Strauss è una pagina molto interessante e ahimè raramente eseguite composta nel 1881 ed eseguita nel 1884 a Dresda,  la composizione con una forma stilistica dichiaratamente vicina alla “sinfonia classica” vede un continuo incastro di strutture musicali perfette, incastrate non solo orizzontalmente ma anche verticalmente. 117194180_3527753467255534_1861047450454940727_o I fiati del Verdi han accolto il pubblico presente con un’esecuzione convincente, positiva e molto sentita, i numerosi soli presenti nella partitura sono stati ben accompagnati dal ensemble e il tutto è sembrato un semplice ma raffinatissimo dipinto. Vale la pena sottolineare il gran lavoro del primo clarinetto che nel secondo movimento della suite ha reso onore alle molteplice potenzialità del suo strumento , al primo oboe che durante tutta la suite ha sfoggiato tecnica e freschezza con una rara grazia.Affascinante la compattezza sonora della famiglia dei fagotti (in questo caso 2 fagotti e controfagotto).Le Vetrate eseguite per la prima volta quasi 100 anni dopo la suite è un opera ammaliante e  complicata. Chi si aspetta un’opera melodica di stampo romantico, dovrà sicuramente cambiare idea. La vetrata e una struttura geometricamente perfetta, fatta di figure anche lontane ma molto ben delimitate in un contorno. Il brano è una fotografia meticolosa di una guerra, le sonorità della partitura sono aspre e dure, ma il silenzio alternato è un collante perfetto. La direzione meticolosa del maestro Longo ha reso questa partitura vicina ad ogni ascoltatore che sicuramente sarà tornato a casa con una propria riflessione interna sul tempo di Guerra. Il concerto vedeva come ultimo brano la celebre “Fanfare for the common man ” di Aaron Copland, brano del 1942 per brass ensemble e percussioni, questo brano nel corso dei anni ha avuto sempre più valore spirituale, venendo la figura del “common man ” o del uomo comune sempre più messa al centro di tanti pensatori. Oggi , il maestro Longo assieme ai suoi splendidi musicisti ha ben lanciato un messaggio di speranza. L’aggressività delle percussioni iniziali infatti con il passar del tempo diventa sempre più un unico grande suono compatto e pieno quasi ad urlare “mai più guerre”. Il teatro Verdi, in questo tempo sta scoprendo sempre più la grande professionalità delle sue maestranze che anche in questo periodo di Covid 19 ha ben saputo essere presente con la sua programmazione all’interno della città. I “fiati del Verdi” sono una bella sorpresa, tecnica, raffinatezza e potenza sonora nei programmi presentati  sono il punto di forza di questa compagine che spero si esibisca molto presto. Il maestro Paolo Longo, accompagna e guida questo gruppo con eleganza e tecnica, la complicità che c’è tra lui ed i “suoi” orchestrali rende ogni concerto unico ed interessante.

 

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Ottimi Fiati per un Verdi estivo

Trieste  26 luglio 2020 –  Dopo la chiusura forzata causa Covid 19, il teatro Verdi cerca di ripartire nei modi migliori. 10 concerti per altrettanti stili diversi, e dopo l’orchestra piena e i concerti corali ora tocca alle compagini dei archi e dei fiati nei loro repertori dedicati. Nella data odierna il programma vedeva musiche di L.Van Beethoven, R.Strauss , H.Tomasi e H.Carmichael sempre sotto la direzione del M.Paolo Longo. Il concerto ha ben saputo portare al pubblico presente le sfumature di quella grande famiglia che chiamiamo semplicemente “Fiati”.116265232_3506051136092434_7972155658664937274_o Dopo un omaggio dedicato a Beethoven che quest’anno ricordiamo i 250 anni della nascita con la sua celebre “Zapfenstreich” si è passati alle leggiadre sfumature della Serenade op.7 di Richard Strauss. Nella Serenade tutte le parti han ben saputo portare a termine il proprio compito, dipingendo una tavolozza di mille colori. Ottimo assieme e ottimi colori mai troppo aggressivi. Dalla penna di Richard Strauss, si è passati al intensità sonora dei Brass e percussioni con le ” Fanfares Liturgiques”, interessante varietà di linguaggi per un concetto quello della “Fanfara” troppe volte dato per scontato. Entrando nel dettaglio i Brass riescono a fondersi in un suono compatto e mai aggressivo, leggerezza e potenza ben si diversificano in questa esecuzione. 116015573_3506051146092433_3836110811226736029_oL’uso delle percussioni è ben dosato creando atmosfere di rara raffinatezza. Il concerto si conclude con la celebre “Stardust”, dove tutto l’organico riunito ha portato il pubblico presente nelle atmosfere dei anni 20. Una direzione impeccabile quella di Paolo Longo, che ha saputo ben amalgamare passione e tecnica. Un concerto interessante, da riascoltare appena possibile.

foto- Fabio Parenzan

 

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SCOSSA ELETTRICA

Alessandro Volta (1745 – 1827) fu un fisico italiano la cui invenzione della batteria elettrica fornì la prima fonte di corrente continua. trasferimentoNel 1899, la città italiana di Como ha ospitato una celebrazione di Alessandro Volta, per il quale è attribuito il termine elettrico “volt”. Giacomo Puccini (1858-1924), a quel tempo già un famoso compositore d’opera fu incaricato di scrivere una marcia celebrativa per l’occasione. Il risultato fu “Scossa elettrica”, una piccola marcia brillante. Il mio arrangiamento per brass quintett è ora disponibile presso la casa editrice Baton

Mini Score

Combattiamo con la musica, Beatrice Venezi

La nuova protagonista della nostra rubrica  “Combattiamo con la musica”è Beatrice Venezi, giovane direttrice d’orchestra  di Lucca , classe 1990  studia Pianoforte e Direzione d’orchestra e di diploma a pieni voti presso il Conservatorio di Milano. Autrice del libro ” Allegro con fuoco. Innamorarsi della musica classica” , ora è direttore principale della  “Orchestra Milano Classica” e direttore principale ospite dell”Orchestra della Toscana ” .

1- Dal pianoforte alla direzione d’orchestra, cosa l’ha fatta scegliere per questo ruolo così importante e difficile ?

Direi che è stata una necessità interiore a spingermi verso la direzione d’orchestra. È un’idea nata in me dopo pochi anni che studiavo pianoforte e si è radicata così profondamente che ne ho fatto la strada di vita maestra. Non ci sono nella mia famiglia altri musicisti, quindi non ho subito condizionamenti ambientali, per quanto i miei genitori siano stati sempre presenti e anzi mi abbiano sempre stimolata alla curiosità intellettuale nei confronti della cultura e dell’arte in generale. Ho maturato la consapevolezza che la musica era sicuramente il linguaggio giusto ma quegli 88 tasti non erano sufficienti affinché mi potessi pienamente esprimere, avevo necessità di una tavolozza di colori più ampia, e questa varietà solo l’orchestra la può dare. Perciò la spinta motivazionale interiore è l’unica spiegazione che riesco a darmi; per dirla con il mio Maestro Gaetano Giani Luporini, deve essere stato il demone della musica che ha deciso di dimorare in me.

 

2- Qual’è la sua visione dell ” Direttore d’orchestra”, secondo lei chi è il direttore d’orchestra oggi ?

Un buon direttore d’orchestra è buon leader: deve essere in grado di tirare fuori il meglio dal materiale (musicale in questo caso, ma prima di tutto umano!) con cui si trova a lavorare, essere in grado di creare un bel clima e un gruppo di lavoro coeso, motivandolo, assistendolo, direzionando le energie positive verso l’obiettivo. Deve essere il pilastro – forte e stabile, un punto di riferimento – su cui tutti gli artisti sentono di poter contare. Al di là delle doti musicali, del talento e della preparazione, che sono imprescindibili, è necessario sviluppare quelle doti umane che riguardano l’interazione con gli altri, conciliando controllo e dialogo. Lo strumento di cui il direttore può e deve servirsi per tutto questo è la comunicazione poiché la musica stessa è linguaggio, comunicazione. Credo che ormai la figura del direttore/dittatore sia decisamente passata di moda!

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3- Come affronta lo studio di una nuova partitura ?  Quanto studio preliminare fa prima di entrare nella partitura ?

Ritengo che l’aderenza al testo sia alla base del lavoro di un musicista. Uno studio approfondito della partitura, ma anche biografico rispetto al compositore, del contesto storico-estetico entro cui si esprimeva, consultando tutte le fonti disponibili, è assolutamente necessario. Io cerco di assorbire quante più informazioni possibili, poi le lascio sedimentare in me e, infine, dopo un certo processo che definirei naturale, fisiologico, emergono alla coscienza alcune “epifanie” rispetto al significato di certi passaggi o scelte musicali. Solo a quel punto posso formare una mia interpretazione. È un processo di indagine a metà tra lo scientifico e l’esoterico.

 

4– Lei ha recentemente inciso il cd ” My Journey: Puccini Symphonic Works” , cosa ha significato per lei leggere pagine come ” Scherzo e Trio” nella prima esecuzione orchestrale ?  Secondo lei  chi era Giacomo Puccini ? Il linguaggio musicale di Giacomo Puccini è una tela di mille colori, mille sfumature ma quel linguaggio oggi e da considerarsi moderno ?

Era un uomo estremamente moderno, che intuisce l’importanza di avvicinare il suo pubblico e l’importanza del culto della propria immagine; un uomo curioso ed eclettico, interessato alle altre arti, specialmente quelle visive, da cui si lascia contaminare. E ancora, un compositore che intuisce la modernità e la necessità del pubblico del Novecento di una nuova idea di spettacolarità, ma altrettanto capisce l’importanza della tradizione, la cui conoscenza e consapevolezza è l’unico vero ponte verso l’innovazione. La sua opera è la più moderna per velocità dell’azione drammatica, sensibilità quasi cinematografica della partitura e per questo motivo il suo stile è ancora capace di parlare la lingua della modernità, trovando un filo diretto di comunicazione con il pubblico.Fu poi un orchestratore straordinario in grado di far letteralmente cantare l’orchestra. Questo album dedicato alle sue pagine sinfoniche mira proprio a mettere in luce questo aspetto della sua produzione. Ho scelto di aprire il disco con lo Scherzo per orchestra, il cui Trio è stato ricostruito dal centro Studio Puccini di Lucca e mai inciso prima d’ora in questa forma per il valore musicologico che rappresenta. In questo brano giovanile si sentono l’irruenza tipica della gioventù e del carattere di Puccini ma anche il profondo rispetto e la conoscenza delle forme tradizionali.

5- Questo periodo è orribile per la musica …secondo Lei come cambierà il mondo musicale ? cosa pensa delle rappresentazioni trasmesse via streaming ?

Credo che sia un momento di grande difficoltà ma anche l’occasione per una svolta: c’è bisogno di innovazione e creatività per uscire dalla crisi e trovare una nuova modalità di comunicazione e interazione con il pubblico. Un pubblico che dovrà necessariamente rinnovarsi. Ci sarà probabilmente una sorta di selezione naturale tra coloro che saranno in grado di portare avanti questo cambiamento e chi invece continuerà a pensare secondo i vecchi schemi.

Credo anche che la politica debba finalmente prendere coscienza dell’importanza della cultura nel definire il peso specifico di un popolo, il suo pensiero e il suo modello sociale; prendere coscienza dell’importanza dell’arte e della cultura come fattori di coesione sociale e come asset strategico nel rilancio del Paese, anche in materia di turismo culturale. Il teatro, l’arte e la cultura devono rivendicare il proprio posto.

Quanto allo streaming, credo che la digitalizzazione degli archivi musicali possa ampliare il pubblico e possibilmente rappresentare un indotto importante per i teatri, da allocare sulle nuove produzioni. Ma niente potrà mai sostituire lo spettacolo dal vivo: in streaming non c’è nessuna condivisione, nessuna comunione, nessuna catarsi.

6- Chi è Beatrice fuori dal palcoscenico ? quali sono i suoi hobby ?

Sono una persona curiosa, intuitiva e piuttosto testarda.

Nel poco tempo libero che ho mi piace informarmi e sperimentare ciò che non conosco: amo leggere, visitare mostre, guardare film, e soprattutto viaggiare, specialmente in quei posti che presentano uno stile di vita e una cultura molto distanti dai nostri, sperimentando usi e costumi diversi da quelli a cui sono abituata.

Mi piace fare lunghe passeggiate nella natura e mi dedico allo yoga e alla meditazione, oltre che alla lettura dei testi antroposofici.

Infine, ascolto un po’ di tutto. E’ estremamente importante, nella mia opinione, essere coscienti di tutto ciò che ci circonda; tutto può diventare spunto di riflessione e magari fonte di ispirazione

 

intervista per la webine – ierioggiedomani opera !

Scherzo e Trio, una rarità….

Era il mese di gennaio, e nei miei continui studi sul m°Puccini  mi sono scontrato nel cd My Journey Puccini Symphonic Works , a cura di Beatrice Venenzi e l’orchestra della Toscana dove compariva per la prima volta ” Scherzo e Trio” e la mia curiosità ha fatto si che le ricerche mi han portato alla partitura originale edita per la prima volta da Carus.

una foto della prima versione dello scherzo

In questo lavoro, ho cercato di mantenere la leggerezza della strumentazione dei temi tipica del “giovane puccini” adattandola all’orchestra a fiati.

sito del Editore dove è possibile acquistarla

MINISCORE